Ci sono persone che senti di famiglia, nonostante stiano dietro un monitor, un televisore. Ci sono persone di cui ti fidi, sai che qualunque cosa dicano o ti dicano, attraverso quel monitor, quel televisore, sono per lo meno verificate, da un punto di vista della concretezza e dell'attendibilità. Ci sono persone che al mondo di quel monitor, di quel televisore appartengono, che una volta scomparse ti mancheranno immensamente, come se fossero da sempre appartenute alla tua famiglia. Ecco, lui è una di queste persone. Buona vita lassù, carissimo Enzo. Ahimè il vuoto che lasci è profondo. Questo mondo purtroppo di gente come te ne avrà sempre di meno, e sempre più bisogno. link Infocity
Ogni anno è la stessa cosa. Non ne ho mai voglia. Più si avvicina la fine di Novembre e più mi ripeto "Quest'anno non lo farò... farò finta di niente... sìssì, quest'anno solo proprio all'ultimo momento". E poi...
Poi, vado in cantina e tra starnuti di allergia alla polvere e rimproveri mentali per il totale disordine e impraticabilità del luogo, inizio a trasportare scatoloni (ogni anno se ne aggiunge uno, chissà come mai) che sono sempre più pesanti e ingombranti. E poi inizia il solito rito: prima il piedistallo, poi i rami più lungi nella parte inferiore, fino ad arrivare su, su in cima. L'albero è montato. Si aprono i rametti di filo di ferro, si rendono vaporose le fronte in simil pino canadese e tutto è organizzato. Adesso è il turno delle lucine. Vanno riaperte, e sistemate dall'alto verso il basso, in una cascata di piccole stelline intermittenti. Mentre faccio tutto questo, ogni anno, inevitabilmente penso "sto di nuovo facendo questo. Mi sembra ieri che rimettevo tutto via, che chiudevo gli scatoloni, che salutavo palline dorate e pupazzi di neve, pensando che poi ci sarebbe stato Carnevale, Pasqua e l'estate. E' di nuovo Natale e quante cose sono successe nel frattempo!" Sì, Natale è in arrivo e decorare l'albero, fare il presepe per me son gesti di intima importanza. Spirito natalizio o meno, il mio significato più privato è il passar del tempo scandito da gesti che compio una volta all'anno, con poco entusiasmo all'inizio, con grande compiacimento alla fine. Ogni anno compro qualcosa di nuovo per l'albero - una pallina, un fruttino fluorescente, un babbo natale buffo e rumoroso - e tutti gli anni i lavoretti dei miei figli si vanno ad aggiungere a quelli dell'anno precedente.
— Questo l'ho fatto io, mamma!
— Guarda, ma questo è mio di quando avevo cinque anni!
Tutto quello che riguarda la crescita della mia famiglia e dei miei figli, viene aggiunto, nascosto tra quelle fronde, su quell'abete che piano piano, diventa sempre più curvo (come un vecchio carico del peso dei suoi anni) e pieno di tutta la nostra vita. E' un ricordare, è un rivivere e soprattutto è un non dimenticare chi siamo stati per mantenere vivo il nostro sogno più prezioso: chi saremo da adesso in poi.
Carissimi amici, oggi vorrei fare il punto della situazione sul lavoro svolto fino a questo momento, per migliorare ed approfondire la nostra Scrittura creativa. Abbiamo parlato di racconti, genere per genere, sono state portate avanti riflessioni sui personaggi, sul tempo e sullo spazio: elementi essenziali alla narrazione, elementi che caratterizzano e determinano in modo unico la forma della nostra azione. Mi avete inviato i vostri lavori, i migliori sono stati pubblicati su questo Blog. Non tutti, mi rendo conto, sono consapevoli che esistono delle differenze sulle modalità di come una storia viene raccontata. Per scrivere non è sufficiente mettere le mani sulla tastiera e dare sfogo a quello che ci brucia dentro, sia una passione divorante od una rabbia, od altro ancora. Quella è la scintilla, la prima molla, che può essere utile per avere l'idea. Ma poi è necessario il lavoro duro, molta pazienza, non scoraggiarti nè arrendersi di fronte ai fallimenti innumerevoli. Coraggio: rimbocchiamoci insieme le maniche! Non a caso nelle scuole di scrittura creativa americane ti fanno lavorare sempre sullo stesso testo, anche per mesi e mesi, prima di passare all'idea successiva è necessario concludere quella a cui si sta lavorando. Altrimenti la scrittura ti lascia come ti ha trovato, invece di cambiarti. Come in un fiume: quando si entra si deve, giocoforza, uscire bagnati, perchè si assapora la vita. A questo punto, domani inizierò a parlarvi dell'importanza dei 5 sensi nella Scrittura. Insieme li metteremo in pratica. Non perdetemi di vista. Vi abbraccio. (E.Manfucci ne Il Camaleonte)
Ci si deve applicare molto per ottenere la perfezione, e anche per raggiungere una certa competenza. La mia ricerca e l'impegno che in questi ultimi anni mi hanno portato a cercare, lavorare, cambiare, riprovare, riscrivere in effetti hanno modificato molto non solo il modo di scrivere ma anche il modo di essere. Mi ritrovo però oggi al punto di partenza. Prima non ero perché "poetavo", o forse dimostravo uno strano compiacimento nelle cose che scrivevo. Forse, mi sono detta, sto sbagliando strada. Ho tentato di capire, invece quale fosse il percorso giusto. Incipit, interesse, cattura del lettore, frasi brevi, incisive, fai muovere i personaggi e non descrivere, niente poesia, niente contemplazione, azione!, intreccio... iperaggettivazione, ridondanza, frasi troppo lunghe, troppo auliche...Credevo di avere imparato. Ho imparato, credo. Ho imparato a scrivere così. Scrittura scarna, essenziale, quasi visiva. Si sentono le emozioni, si toccano piuttosto che leggerle... Torno a leggere in giro. E ciò che è considerato importante e valido è esattamente il contrario di ciò che mi è stato insegnato. Voli pindarici nei meandri poetici di un gesto, di un movimento. Intimità e contemplazione. Compiacimento. Impenetrabilità. E ora? Ora non so più scrivere come allora. Ora so scrivere come scrivo adesso. Dovrò ripercorrere tutto il cammino stavolta a ritroso?
Riporto solo il commento bellissimo e di grande utilità di Remo Bassini, scrittore, incontrato da poco ma che porta avanti sul suo blog un dibattito "in progress" sulla scrittura, sull'editoria, sullo scrivere e su molto molto altro ancora che vale, vale davvero la pena di seguire. Un blog di quelli che un tempo avrei frequentato con assiduità totale e assoluta. Consiglio a tutti di visitarlo.
Se fino a qualche mese fa pensavo persino "in forma di post"... oggi faccio una fatica tremenda a soltanto immaginare qualcosa da scrivere qui dentro. Non so perché e come abbia fatto, cosa mi abbia portato a terminare l'interesse e l'entusiasmo per la scrittura sui blog. Con ogni probabilità ci sono altri luoghi virtuali che mi prendono di più, che mi danno più soddisfazione. Altri luoghi, certo. Oggi, andando a restituire un libro preso in prestito da mio figlio in biblioteca ho sentito il bisogno di farmi anche io la tessera. E poi di prendere tre, quattro libri in prestito. Ho dato uno sguardo alla sala silenziosa piena di studenti e lettori. E l'impulso di mettermi seduta anche io, di aprire un libro e leggere è stato fortissimo. Ho sollevato appena poco poco la testa verso le scaffalature gremite di libri e ho avuto una voglia assurda (fino a qualche tempo fa per lo meno così mi appariva!) di studiare, di cercare qualcosa, di documentarmi su libri e non su internet. Eh già, si cambia. Involuzione? Può essere, ma a me non interessa. E' stato troppo bello. Chissà... forse domani ci ritorno! 

Una Pasqua di Pace e di Coccole per tutti, indifferentemente.
Con affetto sincero da
Ipanema
Ecco Gabrielle, l'ultima arrivata tra I Bambini nel Tempo. Quest'anno i Blogger si sono scatenati in una gara di solidarietà che non ha precedenti. Hanno raccolto adesioni a tempo di record, iniziando con grandissimo anticipo la campagna per la raccolta delle adesioni alle adozioni a distanza, e quando si è prospettata la possibilità di aggiungere un bimbo alla già nutrita "squadra" di ragazzini adottati dal Gruppo Insieme/Bambini nel Tempo, il tam tam del web si è addirittura moltiplicato fino a raggiungere un importantissimo traguardo. Gabrielle, ha quattro anni, è orfana di padre e la madre non può occuparsi di lei perché deve lavorare. E' una bimba schiva e molto triste, malinconica perché sente molto la lontananza della madre. Almeno con il sostegno dei Bambini nel tempo le verrà data la possibilità di nutrirsi e di frequentare la scuola oltre che a vestirsi ed essere accudita. Ma pare che all'orizzonte ci siano anche altri progetti che il sostegno di Bambini nel Tempo/Gruppo Insieme renderà possibile. E' davvero una cosa meravigliosa, che meritava una menzione.
Ciao Gabrielle, anche da me Ipanema
Um abraço!
Come una mamma, o forse meglio... una figlia apprensiva e timorosa, osservo e vorrei silenzio attorno a lui, rispetto e silenzio, comprensione e silenzio, attenzione ma silenzio. Non posso fare altro che pregare per lui. Che Chi lo ha voluto a quell'incarico così gravoso ma importante per tutti noi che crediamo, ce lo conservi in salute, attivo e fattivo. Perché gli voglio già molto bene.
"Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI - ha spiegato il pontefice - per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa, il pontefice genovese che governò la Chiesa tra il 1914 e il '22 e definì la Prima guerra mondiale "inutile strage", ndr), che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell'armonia tra gli uomini e i popoli".
C'è un'altra ragione per cui l'ex cardinale Ratzinger ha voluto imporsi il nome di Benedetto XVI, ed è la devozione che coltiva da tempo verso il santo di Norcia, fondatore dell'Ordine dei Benedettini: "Il nome Benedetto - ha spiegato il Pontefice - evoca la straordinaria figura del grande Patriarca del monachesimo occidentale, San Benedetto da Norcia, compatrono d'Europa. San Benedetto costituisce un fondamentale punto di riferimento per l'unità dell'Europa. Chiedo a San Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza".
ecco... come si fa a non voler bene a un Papa così?
"Di tutto quel che dici credo che la domanda giusta riguarda quello che "non scrivi": c'è sempre una grossa parte (un iceberg sommerso) che la scrittura ci fa toccare e noi non abbiamo voglia di andare a sondare. Perchè ci mette a nudo, perchè ci mette in imbarazzo, perchè semplicemente potrebbe mostrarci che la scrittura non è una vera necessità ma una delle maschere con cui disegnamo la nostra vita (in fondo innocua, finchè rimane superficie). Ma se poi andiamo lì, in quel posto che è scomodo toccare, perchè ci dà il mal di pancia, perchè esige rigore e disciplina toccarlo e restarci in contatto, se decidiamo di entrare nella scrittura, i lamenti e i perchè e i dubbi scompaiono."
(Antonella Cilento, in risposta a mio intervento su "Scrittura Creativa" forum Upad )
Inizialmente uno scrive perchè lo deve fare.
Non può fare a meno di farlo.
E allora sono poesie (o quelle che lui chiama “poesie”), pagine di diario, sfoghi buttati forsennatamente sulla carta, e magari il sogno di dedicarsi solo a quello, di vivere per quello.
Poi la vita prende - giustamente - il sopravvento e le parole scritte, rimangono dimenticate e impolverate in una vecchia scatola in soffitta.
Ogni tanto ci pensi e dici "chissà"... forse avrei dovuto... forse avrei potuto”.
Un giorno, un giorno qualunque, non sai perché, non sai come mai, ma riprendi a farlo.
Perchè ne hai bisogno.
Perchè la tua mente sta via via andando perdendosi tra spot pubblicitari e incertezze sul futuro,
e ti dici: devo trovare il modo per uscirne.
E scrivere sembra sia proprio il modo giusto.
Non sporca, non costa denaro, e soprattutto non sottrae tempo prezioso a nessuno.
Nè ai figli, nè al marito, nè al datore di lavoro, se ce n'è uno.
E scrivi.
Per te stesso.
Perchè ti piace.
Perchè ti fa bene.
Quando sognavi di dedicarti a quello, non riuscivi mai a inventarti una storia.
Adesso addirittura tanti personaggi tutti insieme che premono per uscire, per esser raccontati, descritti.
Ed ecco i primi racconti.
Che belli.
Ti senti un po’, almeno un po’ scrittore.
Perchè sei arrivata laddove non pensavi mai fosse possibile.
Poi.
Poi te lo chiedi.
Perchè è normale chiedertelo.
Credo che sia il processo di maturazione di tutti.
Dove mi porterà?
Dove voglio andare?
E ancora: cosa voglio scrivere?
Di cosa non voglio scrivere?
Scrivere è per me diventato serissimo.
Davvero.
Inizialmente era un gioco.
Bello. Divertente.
Ma solo un gioco.
Adesso no.
Adesso è importante.
E voglio farlo al meglio.
O smettere.
Oppure smettere di farlo.
Dici: E quando non è così sarà una scrittura stiracchiata,
che cominciamo a chiederci chi leggerà,
perchè noi per prima la leggiamo solo in quanto nostra, i
n una gentile forma di auto-indulgenza.
Io non voglio essere indulgente con me stessa. non lo sono mai stata, ancor meno voglio esserlo con ciò che scrivo.
Però, sì, chiedersi chi leggerà ciò che scrivo, è forse presuntuoso.
Hai ragione.
In fondo, se scrivo per me stessa, che importa chi leggerà?
Importa?
Si scrive per se stessi o si scrive per dire qualcosa a qualcun altro?
Anche a uno solo?
Si scrive per compiacere il proprio amore per la parola, o si scrive per trasmettere qualcosa ad altri?
Io voglio che ciò che scrivo abbia un messaggio.
Un significato.
Una morale.
O almeno, un tema.
Come le favole che mi raccontavano da bambina.
O che mi raccontavo io, perchè le nonne non se le ricordavano più, le favole.
E' buffo.
Io voglio un grande Tema.
Eppure... ciò di cui ho voglia di raccontare,
sono solo storie di gente di tutti i giorni, che vive, che fa la spesa,
che oblitera il biglietto del tram e che corre in ritardo al lavoro dopo aver portato a scuola i figli.
Di questo ho voglia di raccontare.
Non mi riesce nient'altro.
Non mi riesce di raccontare, null’altro.
E allora mi chiedo...ma ha un senso?
O forse, è un grande sbaglio.
Forse è davvero un grande delirio di onnipotenza pensare che
le proprie quattro stiracchiate parole abbiano la forza di un pensiero.
Posso giudicarlo io?
Ma posso aspirarvi.
In questo senso, mi chiedo chi leggerà
cose che non hanno drammi o dolori o negatività.
Ma è giusto, bisogna essere sempre sinceri.
Non bisogna mai mentire.
Soprattutto scrivendo.
Solo mi chiedo: non voler scrivere quello che più in profondità ci fa male... è davvero mentire?
Scusa lo sfogo.
Scusate tutti.
Ma da questo potete capire che la scrittura è passione e ossessione.
Ormai, è troppo tardi per uscirne.
Sono arrivata a pagina 209 di On Writing di S. King.
Non è un libro “rivelazione” ma sta rivelandomi molte delle inquietudini che ho da quando la scrittura ha iniziato a diventare una cosa seria, per me.
Non è la risposta a tutte le domande, ma sta rispondendo a molte delle mie domande.
E’ vero, si deve scrivere senza farsele, tutte ste’ domande… ma io son fatta così… domando, domando, domando…
“Dal giorno della mia rivelazione sulla bomba, non ho mai più esitato a chiedermi – prima di cominciare la seconda stesura di un libro, o in difficoltà durante la prima – di che cosa sto scrivendo, perché vi dedico tanto tempo, quando potrei suonare la chitarra o girare in moto, che cosa mi ha spinto a chinare la schiena per non raddrizzarla più. La risposta non giunge sempre subito, ma di solito una c’è e non è nemmeno troppo difficile da trovare” (On Writing - Stephen King pag. 209)
allora… non sono la sola. 
Stasera non ho proprio voglia di rovinarmi le belle sensazioni da poco provate. Un'amica, sincera e comunque affettuosa, mi ha fatto complimenti bellissimi. Mi ha anche con schiettezza mosso critiche circostanziali alle cose che scrivo e che le ho fatto leggere. Ma mi ha detto qualcosa che mi ha colpito: quando legge le cose che scrivo, si dimentica che le scrivo io. Ciò mi ha fatto molto piacere. Ovviamente. Non è per vanto che lo scrivo adesso, che lo scrivo qui. E' per esorcizzare un'irritazione, data da qualcosa che ho scoperto da poco. Mi stupisco sempre quando vengo sfruttata, blandita, e poi accantonata, dimenticata, ignorata senza più interesse, terminato lo scopo, passato il bisogno. Mi stupisco, anche se non riuscirò mai a smettere di spendermi, di condividere il poco che so, il pochissimo che conosco. Mi stupisco e ci rimango male. Lo spazio di un secondo. O forse di un'ora. Magari di un giorno o persino di un anno. Ma stasera, non ho proprio nulla da dichiarare. In fondo, dai con una mano e ricevi con l'altra... non importa da chi ti viene restituito ciò che di buono - o quello che pensi buono sia - fai.

A Rio l’atmosfera è di una capitale, ma forse perché è una città di mare, a Rio la formalità delle capitali si fonde con l’informalità della vita al mare. Quando siamo nel centro di Rio, siamo in una capitale. Quando siamo a Ipanema e Leblon siamo in un posto di villeggiatura.
A Rio adoro osservare la gente di Copacabana. Copacabana è piena di anziani e di gente che non è di Rio. Sei vicino al mare (sporchissimo), ma l’affitto non costa tanto quanto in Ipanema o Leblon (tanto per citare due altri quartieri sulla costa). Per chi non è di Rio, Copacabana è il posto ideale per imparare come sono i rapporti tra le diverse tribù che vivono nella città. Una micro Rio. E i portieri degli edifici? Copacabana deve avere la maggior concentrazione di portieri per metro quadro nel mondo. Oppure quelle signore piene di rughe coi seni in discesa libera, ma che continuano ad andare sulla spiaggia con i bikini. A Ipanema il botox si vede di più i giro.
Rio è “uma feijoada completa”. Nella “feijoada” mettiamo diversi tipi di carne di maiale, fagioli (di un certo tipo), poi c’è il riso, la “couve”, l’arancia per fare un contrasto. C’è la “farofa” e la “caipirinha” non può mancare. Insomma, molta cosa che messa insieme nel modo giusto produce uno dei piatti più squisiti del mondo (per chi non è vegetariano come la mia cara amica Victoria Lewis).
Bianchi e neri, Ipanema e le favelas, Cariocas e Nordestinos, brasiliani e stranieri, intellettuali e “favelados”, samba e opera, chiesa e “candomblé”: tutto questo è il Rio de Janeiro.
Un verso di una canzone di Dorival Caymmi, grande compositore di Bahia :
Quem não gosta de samba
Bom sujeito não é
É ruim da cabeça
Ou doente do pé
Io la traduco cosi:
Se non ti piace la samba
Non sei una persona in gamba
O sei pazzo
O sei zoppo.
Rio è come il samba.
post rubato da Terrabrasiliis perchè avevo bisogno di conservarmelo...
L'aereo stava già virando... il comandante aveva già annunciato : "stiamo per atterrare all'aereoporto Galeao di Rio de Janeiro"... tutti che si affacciavano ai finestrini e che emettevano urletti "Guarda... il Corcovado... che bello..." io ci avevo provato ma niente... solo case e una non ben definita distesa d'acqua... come al solito, pensai, tutti che ampliano le cose a dismisura... Non so perchè fossi tanto scettica. Mio marito era rientrato quell'estate da Rio parlandomene con l'ottava meraviglia del mondo, ed io non ero disposta a crederlo. Sarà una città turistica come tutte le altre. Dopo aver visto Manhattan, il Sequoia National Park, lo Yosemite... Petra e Gerusalemme... che altro potevo aspettarmi di meraviglioso?Quante volte ho già pubblicato questo mio ricordo? Un milione? Due? Evabbè... lo ripubblico un'altra volta... para matar a saudade...

blog ... raffreddato...
torno quando sto meglio
E quando non sto bene, mi prende la malinconia... e allora mi vengono queste cose qui in testa... l'ho chiesto a lui, ma lo potrei benissimo chiedere a tutti quelli che, passando di qui, possono capirmi:
ho bisogno di chiederlo a qualcuno che scrive. per mestiere o per passione. ho bisogno di chiederlo a qualcuno, e mi sei venuto in mente tu. Perchè si scrive? perchè si continua a farlo, nonostante si sappia, dentro lo si senta, che quello che si scrive non va bene, che è banale, che le parole non escono come vorresti, che le vedi negli scritti degli altri, sonanti, rotonde, accostate in modo sublime, mentre le tue son stantie, sanno di muffa... le storie che narri son noiose e inutili mentre quelle che leggi negli altri son brillanti e avvincenti... perchè si continua a farlo lo stesso??? perchè??? c'è un antidoto per smettere? c'è una clinica per disintossicarsi dal vizio della scrittura? voglio provare a riprendere a fumare... chissà se funziona...
Oggi avrei voglia di... infilarmi in macchina e scappare. Senza fretta, senza meta, senza compagnia. Sola, la mia macchina ed io. Infilarmi in una strada statale deserta che mi introduca piano piano nelle campagne della bassa, magari quella ferrarese, meglio se carica di un po' di nebbiolina. Lascerei andare a zonzo il mio sguardo, riempirsi dei colori autunnali dei campi, e mi rilasserei al monotonl rullare del motore. Ci potrebbe stare, ma a volume bassissmo, un po' di musica. Di Enya o meglio, di Leonard Cohen. Mi piacerebbe vagare senza saper dove andare, e al massimo, mi fermerei in uno di quel bar-trattoria che stazionano deserti e indecisi ai crocevia o ai passaggi a livello, per un caffè, e mi divertirei ad osservare silenziosamente le poche persone che vi gravitano dentro, immaginando, fantasticando delle loro vite, del loro quotidiano avvicendarsi di alzar e abbassar serrande. Riprenderei a correre con la macchina, a media velocità, aprendo tutto il finestrino, permettendo all'aria umida e fresca di pizzicarmi la faccia, di bagnarmi le guance e respirerei forte l'odore amaro e forte di legna bruciata e fumo di comignolo. E lascerei il mondo scorrermi davanti come in un film, mentre la mia mente libera di spaziare, mi racconterebbe un'ennesima storia. Oggi avrei voglia di un giorno autunnale solitario ed egoista.
Ci giro intorno. Giro... giro ... giro... guardo un blog, qua e là, eccone un'altro... e poi ritorno. Ho voglia di scrivere... una pazza incontenibile voglia di scrivere. Ma scrivere che cosa? Non lo so. Non ho voglia di scrivere i pensieri che ho dentro. Non ho voglia di scrivere le mie tristezze per tante cose accadute nel mondo che mi hanno ferita o disturbata. Non ho voglia di raccontar della mia vita. Non ho voglia di scriver banalità. Eppure... ecco di cosa ho voglia! Di quelle emozioni piccole o immense che il web mi ha dato fino a qualche tempo fa, e che adesso faccio fatica a recuperare... in tanti hanno chiuso, o sono migrati su altre piattaforme... cambiare piattaforma, per me è un po' come trasferirsi in un altro paese, prima magari mi dava l'impressione di far parte tutti della stessa famiglia, dello stesso gruppo...la maggior parte di quelli linkati qui a fianco ha aperto il proprio blog più o meno nello stesso periodo in cui l'ho aperto io...(5 gennaio 2002...incredibile... una vita fa...eheheh) Rivoglio quello spirito pionieristico di mesi passati, quando l'ingordigia di leggere tutto e tutti mi prendeva e mi lasciava addosso fremiti di soddisfazione...e invece, in tanti siam disillusi. O delusi, che forse è uguale. Rivoglio i blog all'improvviso...
un po' di musica Tears in Heaven Pat Metheny & Redman per suscitare un'atmosfera giusta...
Eccomi qui... son di nuovo online. Ancora con grosse difficoltà nel reperire tutti i programmi e gli aggiornamenti del pc, ma la finestrella sul mondo si è riaperta. Dopo quasi quindici giorni di black out e un allontanamento voluto di qualche mese...Non ho molta voglia di scrivere sul blog. Ho voglia di scrivere sul pc. Mi son nate nella testa storie che ho provato a scrivere con carta e penna, ma è buffo... ormai la mia mente, la mia immaginazione ragiona solo in sintonia con le mie dita e la tastiera. Non riesco ad organizzare bene le idee, se devo perder tempo a scrivere a mano una parola dietro l'altra... forse quando avrò scritto la storia ve la farò leggere. Chissà. Forse. Il problema è che ci ho provato, ma non riesco a smettere di scrivere. Ci ho provato con molta forza e determinazione. In fondo, quello che scrivo non mi piace, sento che manca qualcosa di fondamentale in quello che scrivo per farmi pensare "Ecco, questo sì che va bene"... piuttosto che "non male, ma manca di spessore..." e ormai, essendomi rassegnata a non trovarlo più il bandolo della matassa, ho riflettuto sulle parole di Iannox - che si scrive per se stessi - e ho deciso che non foss'altro per liberarmi di quei "bubboni" che sono le storie che ogni tanto mi iniziano a frullare per la testa, continuerò a farlo. Ci sono volte che sento il bisogno di raccontarmi favole e ogni tanto rileggermele. Delle mie "povere storielle" e delle mie "poesiole"... farò esattamente questo uso. Ne più nè meno... E continuerò a "bermi avida" gli scritti degli altri. Di tutti quelli che costantemente leggo, e sui blog devo ammettere che ce ne son parecchi che scrivono in modo stupendo. A' la prochaine...
Rientrare a casa, dopo tanto tempo, e scoprire che si fugge solo temporaneamente ai propri pensieri, ai propri rimpianti, alla malinconia di cose che ormai non sono più. Rientrare a casa, e riprendere la vita di tutti i giorni, ma con il pensiero, dentro, che qualcuno che sapevi esserci, sempre e comunque, oggi non c'è e non ci sarà mai più. Aprire gli occhi sul mondo la mattina e sapere fin da subito che se avrai un dubbio, o bisogno di una carezza, non potrai più pensare "magari gli telefono... magari vado e mi confesso..." perchè quel confessionale è vuoto, o forse già occupato da un altro frate. E pensare che hai aspettato tanto tempo, per dirgli quanto bene gli volevi, hai lasciato correre i giorni, i mesi, gli anni... e gran parte di quel tempo trascorso senza più un sorriso o un abbraccio per lui, lo hai passato davanti a questo monitor. Non riesco a perdonarmi per tante cose... e questa è una di quelle. Ti voglio bene, sempre e comunque, anche se forse tu ormai pensavi il contrario, Michele. A.
Non riesco a trovare le parole. Volevo venirti a trovare, pensavo, credevo, che anche stavolta ce l'avresti fatta. Aspettavo solo di poter tornare, a sentirti dir messa, e magari, trovare il coraggio, di nuovo, di venirmi a confessare, come un tempo. Ti ho scritto tante lettere che ho ancora nel cassetto. Non le riceverai più. Ti chiedo perdono. Per non esserti stata figlia fino in fondo, fino all'ultimo. E soprattutto, spero, credo, so che sarà così, ti sappia il bene immenso che Ti ho sempre voluto. Michele, ciao. Un dolore, forte senza fine, dentro la mia anima. A.
Il suck di Gerusalemme, per come me lo ricordo io, che lo vidi moltissimi anni fa, era come tutti i suck delle città del Medio Oriente, un brulicare di persone e animali, un rincorrersi di colori e suoni e profumi, a volte dolciastri a volte intensissimi. Attraverso il suck, si stende la Via Dolorosa, il percorso che ogni pellegrino che intraprenda un viaggio in Terrasanta ha l’obbligo di fare, e al mescolarsi dei turisti, dei mercanti, si fanno largo piccoli gruppi che recitano il Rosario, seguendo il cammino delle stazioni della Via Crucis. E’ un tale caotico vortice di tante variegate e variopinte culture, che a stento, riuscivo a seguire – e mi sentivo per questo in colpa – il celebrante e le preghiere del mio gruppo. Ero arrivata in Israele con un gruppo di pellegrini, in quel viaggio organizzato dai domenicani della mia città. Era stato un viaggio deciso in fretta e per stizza. Il mio capo mi aveva imposto di andare in ferie. E io non avevo trovato amiche e itinerari per un viaggio di piacere che mi alletassero davvero. Poi, un carismatico frate che ogni tanto contattavo per simpatia, mi disse “Perché non vieni con me a incontrare Gesù? Se lo stai cercando, se lo vuoi incontrare veramente, lo devi venire a cercare nei luoghi dove è vissuto…” Questo invito mi impressionò. Era l’originalità, e forse anche la banalità di un’affermazione: sapevo che Dio, a ben cercarlo, lo puoi trovare in ogni luogo, ma queste parole mi frullarono nella testa per giorni interi. Finchè accettai. Inizialmente, del mio gruppo, avevo poca e timida confidenza con le mie due compagne di stanza e basta. In effetti, vedevo tutti molto compresi nella loro fede, e soprattutto molto eruditi, io mi sentivo ignorante e fuori posto. Quasi tutti sapevano recitare in latino, le preghiere più frequenti nei pellegrinaggi, e conoscevano molti passi delle scritture a memoria… io a malapena ricordavo qualche insegnamento del catechismo… mi sentivo lontana e distaccata da loro. Decisi, pertanto che il mio percorso l’avrei compiuto da sola, cercando il mio Dio all’interno del mio cuore, chiedendo a quei luoghi di mostrarmelo, quel Gesù che ero venuta a cercare, se davvero Lui si fosse voluto mostrare.Gerico, Nazareth, Bethlemme, il Mar Rosso, tanti posti bellissimi, a volte anche pericolosi, per le turbolense politiche che anche allora imperversavano, ma davvero meraviglie paesaggistiche. Padre Paolo, un frate domenicano, un esegeta giovanissimo, spiegava, quei luoghi e i tratti del Nuovo Testamento che li riguardavano, e le sue meditazioni erano davvero molto ispirate. E quando arrivammo a Gerusalemme, vidi in quei suoi occhi giovani ed entusiasti una luce, un’allegria che a stento riusciva a contenere “Gerusalemme… vedrai che bella” e come un bambino che non riesce più a sopportare un viaggio lungo e un’attesa estenuante, si affacciava al finestrino del pulman con insistenza, scostando ora di qua, ora di là le cortine parasole. E’ bellissima davvero Gerusalemme, per come me la ricordo io, un’esplosione di luce e calore. Sentivo, dentro di me, che quella terra “traspirava spiritualità” ma un senso di cupa malinconia, mi diceva nel profondo del mio intimo, che quella terra non aveva pace, e non l’avrebbe avuta in futuro. L’ultima stazione della Via Crucis, porta direttamente al portone del Santo Sepolcro. Una chiesa che immaginavo imponente come San Pietro a Roma, e che invece, ha un che di quasi anonimo. Una porticina, sorvegliata da militari armati, e moltitudini di fedeli di diverse confessioni. Cattolici, Protestanti, Ortodossi, Copti… ognuno con il suo sacerdote, ognuno con la sua veste caratteristica. La pietra della deposizione, la scala che porta al Golgota… e infine, in una specie di grotta sulla quale la basilica fu costruita, attraverso un varco angusto, il Santo Sepolcro. La coreografia e la distrazione per quelle luci e le curiosità finiscono lì. Su quella pietra liscia e fredda. Non so, cosa mi accadde. Ma capii, uscendo, che avevo imparato ad adorare il mio Dio. Una strana sensazione di estraneità ai luoghi e alle persone, una comunione di pensiero, corpo e anima, una sorta di trance spirituale. Pochi minuti di intensità sconvolgenti. Uscendo da quella piccola grotta, mi sentivo strana e scossa. Una sorta di sbalordimento che mi portava a guardare con occhi diversi quei luoghi, quelle persone. Un frate copto, che seduto quasi ai miei piedi, chiedeva l’elemosina, mi fece cenno, sorridendo, di avvicinarmi… una frase incomprensibile, un sorriso aperto e compiaciuto e un piccolo rosario di legno tra le sue mani, che a tutti costi volle darmi. Al mio cercar denaro da dargli in cambio, mi fece cenno di no, che non ne voleva…“Fede non si compra… Fede si regala” mi disse in italiano. “Torneremo anche domani, prima di lasciare Gerusalemme?” chiesi alla guida del gruppo, che mi rispose “Impossibile, partiamo alle otto in punto! Siamo anche in ritardo sulla tabella di marcia!”… Io volevo tornare al Sepolcro. Mi avvicinai al giovane esegeta, e gli chiesi se sapeva a che ora apriva la chiesa “chiude alle sette di sera, e riapre alle cinque del mattino…” siccome avevo capito che conosceva abbastanza la città, gli chiesi di farmi un percorso, perché avrei voluto venire da sola, la mattina dopo, al sepolcro a pregare… “Ma è pericoloso! E siamo in pieno ramadan...Sei proprio sicura di volerti avventurare da sola nel suck a quell’ora?” “Sento che devo venire… sento il bisogno di venire a pregare ancora più a lungo sul Sepolcro… rischierò… avrò il mio Dio a proteggermi”… e così, mi spiegò il percorso che avrei dovuto fare, per arrivare alla chiesa.Ma la mattina seguente, quando alle cinque, lasciai la stanza per uscire dall’albergo, lo trovai ad aspettarmi fuori dalla porta “Il tuo coraggio, o la tua incoscienza, mi hanno fatto capire che anche io voglio rivedere il Sepolcro… ti accompagno” Percorremmo le stradine buie e silenziose della città e del suck senza parlare, senza dire una sola parola. Io avevo in mano il piccolo rosario che il frate copto mi aveva regalato, e senza rendermi conto, lo stavo recitando… Padre Paolo, stava facendo altrettanto, leggendo dal suo breviario le sue orazioni mattutine… La chiesa era diversa, dal pomeriggio precedente. Immersa nel silenzio della città che dorme, aveva acquistato un’aurea di spiritualità e già dalla spianata dell’ingresso si potevano sentire i canti gregoriani cantati per le celebrazioni mattutine. Un’odore fitto di incenso ci accolse e svariate file di frati di tutte le confessioni religiose già sfilavano ognuno nella propria processione. “Presto, le solennità sono già iniziate!” Ora Padre Paolo aveva ripreso quell’espressione fanciullesca, e saltellava impaziente di raggiungere la processione del suo ordine religioso…io lo seguii fino al Sepolcro, dove mi ritirai a pregare, e nuovamente provai quell’estasi meravigliosa. Ricordo la sensazione di aver “toccato la veste di Dio”…ancora oggi. Uscendo, frastornata per aver riprovato quella sensazione, quell’immensità di sensazioni, capii che ero voluta tornare, perché scettica, perché timorosa di aver vissuto un piccolo delirio immaginario…invece quell’evento si era ripetuto, era quella dunque, l’adorazione. Mi ritrovai Padre Paolo, in piedi commosso e raggiante, che osservava davanti a sé qualcosa che mi volle far vedere, dicendomi solo “guarda!” Un portone di ferro battuto dalle dimensioni gigantesche, che il giorno prima non avevo notato perché chiuso, era ora spalancato e mostrava una basilica interna con affreschi, luci, altari avvolta in una nuvola di incenso, alla quale accedevano tutti i sacerdoti, di tutte le processioni che avevo visto formarsi all’entrata , lentamente, tra canti celestiali. Era una visione talmente apocalittica, che ricordo solo l’emozione, lo stupore, ma anche il senso di pace e armonia. “Questo è il cuore della basilica.” E poi tornammo, con i cuori gonfi ed elettrizzati, consapevoli di aver condiviso un’esperienza unica e irripetibile. Padre Paolo sarebbe tornato a vivere a Gerusalemme, dietro mio consiglio e vi sarebbe rimasto più di dieci anni. E io… io rimango con il desiderio di poter tornare un giorno, a pregare, su quella lastra lucida e fredda di marmo.
Padre Michele Casali O.P. era il padre carismatico di cui accenno distrattamente in questo mio ricordo, colui che mi invitò ad incontrare Gesù nei luoghi in cui era vissuto. Il viaggio che avrebbe sconvolto e cambiato totalmente la mia vita, fu lui, a convincermi di intraprenderlo. Appena avrò il coraggio e la testa per raccontare qualcosa di quel cambiamento, lo farò. Momenti anche buffi, che Michele soleva poi raccontare divertito, come la proposta della guida giordana di comparmi per 10 cammelli, alla quale dovette intervenire lui, inventandosi la "bugia" che io fossi già stata "comprata" da un'altro partecipante al pellegrinaggio. Per ora, sento solo un grande vuoto sopra di me. Pur nella lontananza, ho sempre sentito la sua mano paterna e protettiva sulla mia testa. Tredici anni fa, mi univa in matrimonio con il padre dei miei figli. Domani, alla stessa ora, io lo accompagnerò nella sua ultima celebrazione. Addio Michele. Prega per me da lassù. A.
Non sto bene. Il polline, l'apatia... altre storie, altre problematiche. Non ho voglia di pc e di web. Non ho voglia di nulla a dire il vero. Nemmeno di scrivere. Soprattutto di scrivere. Poi tra un po' di giorni parto. E allora, sbaracchiamo prima. Si chiude. Si riaprirà a settembre. Forse. Un abbraccio a tutti, a quelli che passano di qui a leggere ogni giorno, a quelli che per caso, cliccando sopra un link abbandonato in qualche blog amico. Arrivederci. Ipanema
Questo template, tra i nuovissimi che Splinder con la nuova piattaforma mette a disposizione dei suoi utenti, è bellissimo (ma ce ne sono altri, meravigliosi, andateli a scoprire!). Talmente bello da farmi venir voglia di tornare indietro sui miei passi. Cosa che non farò. Per il momento, semplicemente, mi diletto a modificarlo, studiarlo, impastricciarlo. Cosa che mi rilassa tantissimo. Adoro l'html! E pensre che prima di Splinder e dell'avventura blog, lo detestavo! Ehehe... grazie a quanti hanno scritto, nei commenti, preziosissimi. Ari-abbraccio, Ipa
AlfiereRosso sul suo blog propone di cercare nel baule dei ricordi e di postare un vecchio intervento del proprio blog al quale si è particolarmente affezionati. Io ho cancellato tutti e due i miei blog, all'inizio di dicembre, e purtroppo ho perso i post più cari. Ma era una cosa che dovevo fare, e di cui non ho alcun rimpianto. In quel blog c'ero io. In quel blog c'era la mia anima messa a nudo e regalata ai lettori. In quel blog c'era il mio cuore e la parte più intima e vulnerabile. E poi c'erano le frasi dei miei figli, c'erano momenti di perfezione assoluta, che non volevo restassero se non fossi rimasta anch'io... e il post al quale ero più affezionata, era il racconto della prima comunione di mio figlio. Che non avevo salvato da nessuna parte, e che non recupererò mai più. Ma come ho già detto, non mi intristisce e non sono pentita della cancellazione e della perdita. Però qualcosa ho scoperto di non aver perduto. Un pezzettino di ricordo, una scheggia di emozione. Questa:
Era un omino piccolo e magrissimo... ma forte come un toro...
Era nodoso e rude... ma tenero e dolcissimo con noi bimbi...
Era incosciente e un po' pazzo....
Era mio nonno...
Sulla bicicletta, seduta sul cannone, a poco più di due anni, mi portava e se gli chiedevo "più veloce, nonno, più veloce..." lui mi ubbidiva...
Come quella volta che mi mise sulla giostra vorticosa... ed io che ridevo... ridevo...
Era un brontolone... ma era il più simpatico, il più forte nonno del mondo... per me.
Ora sei andato via. Dove vai, finalmente ritroverai i tuoi amici, e la nonna.
Mi mancherai tantissimo.
il tuo "schicin"
Memi
03.01.2002

un blog per trasmettere il dolore al popolo spagnolo
Ora è l'ora del Silenzio.
Del dolore, forte, per tutti coloro che hanno perso la vita, o le braccia, o le gambe, o gli occhi, per un assurdo gioco al massacro, per un odio profondo che sembra non avere limiti e che sconvolge più delle conseguenze, per il braccio di un ennesimo Caino che pugnala ancora una volta, il fratello Abele.
Ora è l'ora del Silenzio.
Ma domani, quel domani che è il Diritto di Tutti, Gente di tutte le Genti, domani sarà il giorno del Grido.
Il Grido di Dolore di un'Umanità che adesso deve.
Deve gridare forte che vuole la Pace.
Deve gridare forte che vuole la Vita.
Deve gridare forte.
Basta.
******************************
ANSA) - MADRID, 12 MAR - E' morta la bambina di sei mesi ricoverata all'ospedale 'Nino Jesus' di Madrid, la vittima piu' piccola delle stragi di ieri. Lo hanno annunciato fonti della magistratura madrilena. Il decesso della piccola fa salire pertanto il bilancio delle esplosioni, ancora provvisorio, a 199 morti. Qualche ora fa i medici della clinica di Madrid avevano ricordato che le condizioni della piccola erano 'molto gravi'. Era stata scovata da una poliziotta a poca distanza dai binari di Atocha. © ANSA
...e vi prego, chiunque voi siate, chiunque vagabondando leggendo provi la tentazione di fermarsi qui... vi prego, non guardatemi. Ho bisogno di stringermi tra le ginocchia, e dimenticare che esiste il mondo fuori dal mio corpo. Vi prego, lasciatemi sola, lasciate che questa povera stupida idiota meschina farfalla, si estingua senza rumore. Lasciatemi piangere, lasciatemi piangere in silenzio e in solitudine. Lasciate che sia solo lo specchio a straziarmi e a distruggermi. quando la polvere di quella di me che resterà, sarà asciugata dall'umido delle mie lacrime, soffiateci sopra, e fatemi volare lontano.
Spesso chiudo i miei commenti o gli interventi che scrivo sugli altri blog, con un saluto tutto mio: un abbraccio di pace. E' un saluto che ha molti, moltissimi significati per me. Come tante delle cose che faccio o che conservo. Perchè le piccole linee che ne compongono il ricordo, diventano rituale e assumono così un valore mistico. Un abbraccio di Pace, nasce un pomeriggio in chat. Era appena sfiorito il clamore dell'attacco delle Torri. Ormai lo shock era stato metabolizzato, si stava forse programmando la guerra in Afghanistan o meglio, doveva già essere in atto, perchè, questo lo ricordo con esattezza, avevo negli occhi, le immagini di bambini ridenti per paura più che per divertimento, che si nascondevano sotto terra, al solo scopo di proteggersi dalle bombe della guerra. Al pensiero di quei bambini, di cui si parlava in chat, mi vennero in mente parole che avevo letto su un libro "proibito"... Proibito, non tanto perchè dentro di esso vi fossero scritte e descritte cose sconce o trasgressive, ma perchè uno dei dieci libri sulla vita di Cristo, scritti da un'autrice che dichiarando di aver ricevuto l'ispirazione direttamente da Lui, ne compose una descrizione dettagliata della nascita, della vita e della morte in forma a volte romanzata e non sempre in cammino fedele parallelo al Vangelo. Proibito in quanto mai riconosciuto come attendibile dalla Chiesa Cattolica, nonostante le innumerevoli prove portate a supporto, delle apparizioni di Gesù alla scrittrice, e delle condizioni incredibili di infermità e malattia nelle quali tale scrittrice si trovò a scrivere questi dieci libri particolarissimi. Il titolo: “Il poema dell’Umomo Dio”, la scrittrice, Maria Valtorta.
Dicevo, che appunto in uno di questi libri, Gesù Cristo, parla ai suoi discepoli, e chiede di augurare la Pace, in ogni dove in cui essi si troveranno a sostare. "Calpestando la soglia di ogni casa in cui entrerete o da cui uscirete, augurate sempre la Pace a quei luoghi e alle persone che vi abitano". Questo più o meno la frase che dice Gesù in uno di questi libri e che mi è sempre rimasta scolpita nel cuore. Mi tornò in mente, appunto, pensando ai bambini, e sentendomi nascere dentro un fortissimo ripudio per la guerra e per tutto quello che dalla guerra deriva: distruzione, disperazione, dolore, devastazione. Ne stavamo discutendo quando appunto mi venne in mente, la possibilità di unire tutte le web communities del web – allora per me Internet erano soprattutto communities – in un abbraccio virtuale, e di testimonianza di desiderio e amore per la Pace, un abbraccio di Pace, appunto. Cominciammo a progettare la realizzazione di questo spazio, e ad immaginare una sorta di bottone, di banner, di logo da usare nelle home pages di tutte le communities e i siti che avessero voluto aderire a questo abbraccio appunto. Purtroppo, come tante idee che nascono e muoiono nello spazio di un secondo, questo abbraccio virtuale non si realizzò mai. Ma alla vigilia dello scoppio della guerra in Iraq, mi ricordai della cosa, e pensai, che comunque, un abbraccio di pace virtuale, lo avrei potuto seminare io stessa, firmandomi sempre con questa frase, nei commenti, negli scritti. In effetti, il saluto caloroso ed affettuoso di commiato in Brasile è appunto “um abraço” un abbraccio appunto. In francese, “je t’embrasse”, che vuol dire ti bacio, deriva comunque dal significato di abbraccio, di avvolgere l’altrui persona in un avvolgente gesto di affetto, di comunione, di solidarietà. Ed è con questa immagine, di un tendere le braccia e circondare le persone che immagino qui davanti, dietro il monitor, che ascoltano e osservano, che leggono e assorbono un messaggio o una suggestione, che termino, che saluto tutti, in un giorno ancora così triste, per questa nostra umanità ferita e forse troppo disincantata, con un grande, sincero, entusiastico abbraccio di Pace Ipanema
Questo è uno dei post andati perduti con la cancellazione di Scarabocchi prima versione. Ma che casualmente ritrovo nei miei file e che oggi ripropongo... Lo faccio soprattutto, perchè mi preme segnalare a tutti la grande iniziativa di un gruppo numeroso di bloggers che saranno presenti a Roma alla grande marcia per la Pace il 20 marzo prossimo. Ho infatti inserito la foto piccolina del loro blog e relativo link sul template, in modo da permettere chiunque, interessato o semplicemente curioso, di accedervi facilmente e leggere il programma e le iniziative. Io sono per la Pace. Per la Pace incondizionata sulla Terra, attraverso azioni e parole di Pace, l'ho detto spesso e l'ho anche scritto in passato. Ed è per questo, che il mio gesto di salutare tutti con un abbraccio, ha un significato che vorrei fosse ampio. Perchè i miei figli si stanno affacciando alla vita, al mondo, alla realtà di tutti i giorni. E vorrei che potessero muoveri i loro primi passi da adulti, con la serenità di un mondo di Pace. Perchè un bambino non debba più giocare con un fucile o una bomba a mano, o perdere una gamba o le braccia per aver casualmente urtato una mina. Perchè non debba più vedere bambini che piangono terrorizzati, sopra il cadavere della propria mamma. Perchè voglio Pace. Per loro. Per tutti i bambini del mondo.
Il mio piccì è definitivamente defunto... sono ad un Internet point, ma solo per qualche minuto. Sarò offline per molti giorni... forse settimane. Saluti e abbracci. Ipa
Aggiornamento: sono riuscita a rubare il pc di mio figlio e collegarlo. Ma son tre giorni che non faccio altro che scaricare driver, aggiornamenti, ottimizzazioni e sto impazzendo. Domani porto all'assistenza il mio vecchio carriolino... almeno, comunque, ricevo la posta. E leggo i blog che più amo. Abbracci a tutti quelli che hanno lasciato un commento simpatico su questo post. Non so quando tornerò...
“Blog” è una parola generica come “libro”.
Chi lo dice, è un genio. Lasciatemelo dire.
C'è stato un incontro sui blog, pochi giorni fa, a Napoli. "Galassia Gutemberg" dal titolo "Come cambia la scrittura in Rete".
La versione di Giulio Mozzi dell'incontro a cui partecipava tra gli altri blogger anche Personalità Confusa, qui.
E' buffo. Tutti parlano dei blog. Tutti si fanno un blog. Blog = editoria libera. Chiunque può divenire giornalista e/o scrittore e/o editore grazie ai blog. Anzi, abbasso gli editori, gli scrittori e i giornalisti. Ma perchè il sogno segreto di tutti i cisiddetti blogger è scrivere un libro, magari con un grande editore? MD nofilter (http://nofilter.splinder.it) alle 00:32 del 17 febbraio, 2004
MD alias Maurizio Dovigi, è uno scrittore, giornalista, e video blogger. Il suo vlog, nofilter, infatti è uno degli unici cinque al mondo ad usare le tecnologie multimediali per comunicare. Molto interessanti sempre i suoi argomenti che sono letteralmente presi d'assalto da commentatori che amano alternare discussioni impegnate con un più "salottiero" chiacchiericcio. Maurizio Dovigi, oltre ad altri libri di grande successo, ha scritto "Web Log" edito da Apogeo, il primo libro sui Blog, istruzioni per l'uso.
Blog e bloggers: quale identità?
di Tullia Fabiani
Chi sono i bloggers? Dei narcisisti, dei vanitosi, che amano parlare di sé e dare sfogo alla smania di protagonismo attraverso la scrittura in rete, o semplicemente persone che scrivono per fare informazione e cercare nel web uno spazio comune dove confrontarsi? La questione dell'identità dei bloggers è stata al centro del dibattito che sabato sera, 14 febbraio, si è svolto a Napoli nella Sala Metro di «Galassia Gutenberg, libri e multimedia». Protagonisti della discussione alcuni tra i "nomi" più noti della Rete: Giulio Mozzi, scrittore, direttore editoriale e blogger, Tiziano Scarpa, scrittore e collaboratore del blog collettivo Nazione Indiana, Luca Sofri giornalista e blogger, Giovanni De Mauro direttore della rivista «Internazionale» e i due bloggers La Pizia e Personalità Confusa.
L'appuntamento era tra i più attesi della manifestazione e la presenza numerosa del pubblico ha confermato le previsioni. Se i cambiamenti della scrittura nella rete erano, inizialmente, il tema portante del confronto, già dall'introduzione, ironica e provocatoria di Marino Sinibaldi (vice direttore di Radio Tre Rai, chiamato a coordinare il dibattito) l'attenzione è stata spostata su un piano generale, strutturale e originario: la definizione stessa di blog e di bloggers >>>
L'articolo tratto da L'Unità, è ripreso integralmente da Totòpergliamici, è molto interessante leggerlo. Soprattutto per chi, come me, si interroga ogni giorno sulla ragione per cui da ormai tanto tempo, scrivo su un foglio elettronico...
I denti verdi di mio zio (di E. Fovanna)
E' una lunga storia, ma se avrete la pazienza di arrivare in fondo, credo che non ve ne pentirete. La storia di un mistero, sepolto per 60 anni, e di una rivelazione, che non mi ha lasciato uguale a prima.
Sono passati 60 anni e la vita scorre lenta in Val d’Ossola, ultima propaggine d’Italia prima del Sempione svizzero. Lì c’è la Valgrande, l’area wilderness (inabitata) più grande d’Europa. Un’immensa vallata che, nel giugno ’44 accolse 450 partigiani, molti dei quali fuggiti da Milano, inseguiti da 17mila nazifascisti che li stringevano d’assedio. Nel rastrellamento morì anche mio zio, senza armi indosso. Fuggito come tutti gli altri all’ultimatum del Duce, dopo l’11 settembre: "Alla leva o al muro". Da poco ho scoperto il segreto della sua morte. E’ bastato cercare i sopravvissuti, in particolare l’uomo che aveva visto tutto.
Io non so di che colore avesse gli occhi mio zio. Le vecchie foto della nonna sono in bianco e nero. Ma so che quando hanno trovato il suo cadavere, che ancora sorrideva al cielo della Valgrande, aveva i denti verdi. (continua qui)

![]()
TU![]()
CHE![]()
NE
DICI,![]()
AMICO
MIO,![]()
SE
IN
QUESTO![]()
NATALE FACCIO![]()
UN BELL'ALBERO DENTRO![]()
IL MIO CUORE
E CI ATTACCO, ![]()
INVECE DEI REGALI,![]()
I NOMI DI TUTTI I MIEI![]()
AMICI? GLI AMICI LONTANI E![]()
VICINI, GLI ANTICHI
ED I NUOVI.![]()
QUELLI
CHE VEDO TUTTI I GIORNI E![]()
QUELLI CHE VEDO
DI RADO. QUELLI CHE![]()
RICORDO SEMPRE E QUELLI CHE, ALLE VOLTE, ![]()
RESTANO
DIMENTICATI, QUELLI![]()
COSTANTI E QUELLI
INTERMITTENTI,![]()
QUELLI DELLE ORE
DIFFICILI E QUELLI DELLE![]()
ORE ALLEGRE. QUELLI CHE, SENZA
VOLERLO, MI![]()
HANNO FATTO SOFFRIRE.
QUELLI CHE CONOSCO PROFON-![]()
DAMENTE E QUELLI
DEI QUALI CONOSCO
SOLO LE APPARENZE.![]()
QUELLI CHE MI
DEVONO POCO E QUELLI
AI QUALI DEVO MOLTO. I MIEI ![]()
AMICI SEMPLICI ED I MIEI AMICI IMPORTAN-![]()
TI. I NOMI DI TUTTI QUELLI
CHE SONO GIA' PASSATI![]()
NELLA MIA VITA . UN ALBERO
CON RADICI MOLTO PROFONDE,![]()
PERCHE’ I LORO NOMI NON
ESCANO MAI DAL MIO CUORE.![]()
UN
ALBERO
DAI R
AMI![]()
MOLTO, MOLTO GRANDI PERCHE’ I NUOVI NOMI VENUTI DA TUTTO IL MONDO ![]()
SI UNISCANO AI GIA' ESISTENTI.
UN ALBERO CON UN'OMBRA MOlTO
GRADEVOLE PERCHE' LA NOSTRA AMICIZIA
SIA UN MOMENTO DI RIPOSO DURANTE LE LOTTE
DELLA VITA


Ho lasciato il web, ho cancellato tutto quanto scritto sopra questa piattaforma in quasi un anno di blog, ma il blog di nome Scarabocchi è mio, e rimarrà tale, comunque. A tutti coloro che mi hanno seguita in questo periodo, a tutti coloro che hanno visto che non ci sono più, voglio solo inviare il mio abbraccio di sempre, un abbraccio di pace. Ipanema
io non mi sono preoccupato mai sul come scrivere; piuttosto sul cosa scrivere.
io parto da una storia.
mi avvolge, mi strema, mi entra dentro.
la scrivo, la riscrivo.
poi sento che questa storia è terminata, va bene così.
passo alla forma.
allora. il mio primo libro: ho scritto periodi brevi, timorosi di dio e dell'occhio di un editor.
no: (ripeto: parlo per me) è importante essere chiari (uno), dare ritmo (due) e se possibile dare musicalità (tre).
prendete izzo.
prendete saramago.
izzo: periodi brevissimi. soggetto, verbo, complemento. poi un avverbio da solo. come un cane. ma che messo da solo è un cane che si fa guardare.
saramago invece (che ha più di 80 anni ma la freschezza di un ventenne): le frasi corrono senza virgole, virgolette, lunghissime, di mezza pagina anche.
lo stile viene, poi.
si scrive e si riscrive.
dopo però.
ma questa è la mia personalissima esperienza.
ora faccio invece un discorso più concreto, brutale.
cosa fare per essere pubblicati.
oc corre presentare un manoscritto... ben scritto. senza effetti speciali oppure, se ci sono, il primo comandamento è la chiarezza. mi spiego meglio. ho appena comperato un libro, un giallo, di un autore che ha pubblicato solo quel libro, anni fa, e che non ha pubblicato. siamo in una questura, estate fiorentina. il protagonista va dal questore. a un certo punto c'è la frase
Aveva delle ferie arretrate.
Bene: non si capisce chi: il protagonista o il questore?
Chiarezza.
se un manoscritto è chiaro verrà letto, se non lo è, se è troppo ridondante no.
soprattutto se siete esordienti.
a busi ed evengelisti è concessa la ridondanza.
ripeto: la chiarezza.
(che per me è sinonimo di seplicità).
poi mettetevi nei panni di un lettore di una casa editrice. fingete di essere lui.
allora, sta leggendo qualcosa che non gli fa venire il mal di testo.
qualcosa di chiaro e di scorrevole (che non vuol dire scrittura banale).
ora aspetta: aspetta di leggere e di provare curiosità, emozioni, sensazioni, magari vedendo cosa legge.
a questo punto mi fermo.
un saluto
remobassini