venerdì, 16 maggio 2008, ore 10:31
scarabocchiato da Ipanema in racconti, gioco letterario

Lo sguardo dell'uomo era intenso e penetrante. E per una come lei, che non amava essere guardata era molto imbarazzante. Ma quel suo modo di osservare non era insistente, non era sfacciato. Cercava di arrivare al nucleo del suo essere, e lei già intuiva che stava riuscendoci senza trovare molta resistenza. Avrebbe voluto distogliere lo sguardo per prima, sicuramente per sfuggirgli, avrebbe dovuto alzarsi e andarsene via di li. Ma quello scrutare le piaceva. Sapeva che le piaceva. Finalmente qualcuno che provava a guardarla dentro, invece che fermarsi a soppesare le sue doti esteriori. Finalmente uno sguardo profondo e intimo, una curiosità gentile nei confronti del suo essere  e non del suo apparire. Era un gioco pericoloso, quello che gli stava lasciando fare. Ma in fondo, che male c'era? Lei era così distante, anonima. E aveva sempre amato giocare con il fuoco.


Di fronte, l'uno all'altra come una partita di scacchi alla mossa decisiva. "Banalità di lettura la nostra" pensò lei, scoprendosi ad osservare la scena come se non vi fosse coinvolta. Cos'era che li aveva allontanati? Il suo desiderio di maternità? O la paura di responsabilità che entrambi non volevano prendersi per primi?
"A te la mossa" avrebbe voluto dire lui, ma sapeva, che questa volta, la stoccata decisiva sarebbe stata di suo diritto. "Non voglio favoritismi" parve pensare lei e si stupì in quel momento nello scoprire che i loro pensieri erano come frasi scorrevoli sulle loro fronti. Lei sapeva ciò che lui pensava, ed era consapevole che anche lui poteva disporre di altrettanto vantaggio.

 — Lascio la partita, hai vinto.

— Hai perso, dunque. Ti arrendi?

— Ormai non m’importa — rispose lei, rassegnata.

E lentamente con un rumore sordo, la pedina cadde sul pavimento svegliandoli dal loro torpore.

 

Piangere non serviva a nulla. Aveva voluto che fosse così, e così era stato. Lo aveva sempre saputo, fin dall'inizio. E ora cosa pretendeva? Che tutto fosse cancellato, come una passata di spugna sulle macchie scomposte che adesso solcavano la sua bella pelle? Aveva permesso che ciò accadesse. Lo aveva quasi desiderato.

Ammettilo che lo volevi, ammettilo che ti è piaciuto! Una voce le gridava nella testa, squassandola.
No, non lo volevo. Volevo ben altro. Volevo rispetto, tenerezza e trasporto. Volevo silenzio e musica allo stesso tempo. Volevo voluttà e candore. Non queste macchie di sangue e dolore. Non queste lacrime che non so far uscire dai miei occhi, perché piangere è sfogo di dolore, e invece questa rabbia io adesso voglio che duri a lungo. No, non volevo che lui sporcasse il mio cuore, lo uccidesse nuovamente, come altri hanno fatto prima. Volevo un amore. E ho avuto di nuovo, la disillusione. Strisciò carponi sul pavimento, incapace ad affrontare tanto dolore e farsi forza. Con fatica greve si appoggiò con la schiena alla parete. Piangendo, la testa tra le gambe, solitaria rispose a se stessa.


Da ore, ormai, giaceva immobile sul letto osservando il soffitto. Era così, che andava sempre a finire. Era così che ogni volta si sentiva. Anche adesso, che su quel muro di fronte a lei, sopra di lei, vedeva scorrere le immagini di quell'amore agonizzante. Lasciò cadere, sul pavimento, il ritratto di quell'incontro, il momento di due corpi che cercandosi sentivano il contatto elettrico e inebriante, perché guardare ancora le vecchie immagini la uccideva prima del tempo. E lei voleva vivere. Vivere per continuare ad ascoltare quel dolore sordo che sentiva paralizzarla tutta, e macerarsi in quel soffrire perduto e forsennato. Soffrire. Adesso che lui aveva scritto la parola fine sul pavimento della loro storia, voleva soltanto questo. E scomparire in quella sofferenza

E' proprio una "cosa così"... ma non ho tempo di fare altro. Questo è un micro racconto, scritto nei miei primissimi giorni di blog, ormai sei/sette anni fa, e dietro ispirazione del lavoro bellissimo di un amico virtuale che da sempre stimo moltissimo e che tanto con i suoi collages e opere d'arte ha ispirato i miei scritti: Alfiererosso.


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venerdì, 11 gennaio 2008, ore 18:33
scarabocchiato da Ipanema in racconti, letture, segnalazione, scrittura

Dal Blog di Barbara Garlaschelli  un'altra interessante iniziativa che riguarda la scrittura:

Amo i racconti. La mia carriera di scrittrice è cominciata con un libro di racconti. Faulkner sosteneva che scrivere racconti è la cosa più difficile dopo la poesia. E più il racconto è breve, più le difficoltà crescono. E' difficile raccontare una storia in poche righe. Una storia compiuta, intendo. Ci vuole ritmo, scrittura, equilibrio, intensità, disciplina.
La sfida/proposta è questa: scrivete UN SOLO racconto che non superi le 30 righe (la classica cartella 30 x 60 ovvero 1800 battute)  riguardante un episodio della vostra vita che ritenete significativo quindi deve essere un racconto autobiografico o di fantasia ma comunque in prima persona. Mandatelo via mail a questo indirizzo cortosipuofare@gmail.com. Le giurate siamo io e  Daniela Losini. La scadenza? Entro il 31 gennaio. >>>> continua a leggere sul Blog di Barbara Garlaschelli <<<<

Be', che dire... se non fosse che non so scrivere racconti brevissimi, parteciperei. Ma poiché amo anche leggere, mi diletterò nel vedere le proposte che saranno pubblicate in quel blog davvero interessante!


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venerdì, 12 ottobre 2007, ore 20:12
scarabocchiato da Ipanema in racconti

— Quei tovaglioli li devi piegare meglio, Giovà! Guarda tutte le file di fronte alla finestra. Son tutti piegati malissimo. Rifalli.

Giovanni Santillo, cameriere all’Hotel ****, cinque stelle. Un albergo di lusso, con grande affluenza, comodo, elegante, proprio di fronte alla stazione dei treni. Lavorare qui è un bel traguardo. Ha da poco questo lavoro. E’ arrivato a Bologna da un mese, con una valigia piena di speranze e un sogno: sistemarsi e metter su famiglia. Può farlo solo lavorando duramente al nord. Conosce, glielo hanno raccontato gli amici partiti prima di lui, la fatica di introdursi nella società chiusa e un po’ razzista del nord Italia, ma Bologna non è nord, non è centro, non è sud. Bologna è Bologna. Ce la farà. Sta già riuscendoci. Anche se il direttore di sala, Malaguti, fa il duro, lui lo ha già capito, è uno di quelli che sotto sotto è buono come il pane. Annuisce quindi, serio e determinato e si avvicina alla vetrina che dà sul porticato. C’è un gran via vai di gente, molta più di tutti gli altri giorni. Sono le dieci e un quarto, e siamo ai primi d’agosto. Tutti stanno partendo per le ferie. Beati loro! Pensa, guardandoli e piegando i tovaglioli con studiata maestria. Prima far combaciare gli angoli, poi piegarli su se stessi. Poi rivoltarli e infine aprire la base affinché tutto il tovagliolo resti in piedi. Marisa a quest’ora sarà già al mare. Forse in barca con quello. Magari gli avrà già detto di sì. Chissà. Intanto, mica potevo darle speranze. Non ho un soldo da parte, non avevo futuro laggiù. Non potevo chiederle di aspettarmi. Chissà quando mi sarò sistemato, se ancora sarà libera …  Ma ragazze belle come Marisa non restano sole a lungo. Giovanni l’ha corteggiata, l’ha amata. Ma quando ha capito che si trattava di una cosa seria, le ha parlato.

— Vado al nord. Per trovare lavoro, per fare i soldi e metter su casa

Lei inaspettatamente ha risposto in modo aspettato:

— Per quanto tempo? Io non intendo aspettarti. Ho fretta di sistemarmi. C’è Gennarino, il figlio del farmacista che mi fa la corte da una vita. O mi sposi subito, o mi sposo con lui. Gennarì è ricco e c’ha pure il motoscafo. Con lui farei la gran signora. Ma io amo solo te, Giovà. Sposami, e portami a Bologna con te.

Ma Giovanni Santillo è un orgoglioso. Che avrebbe fatto Marisa qui con lui? L’unica sistemazione che ha trovato è una brandina in camera con altri tre compari, in un appartamento ricavato da una cantina. Umidità e sporcizia dappertutto. E promiscuità. Non se ne parla neanche. Forse tra un anno, se lo assumeranno, con uno stipendio fisso e i contributi, la malattia, le ferie pagate. Allora potrebbe prendere in considerazione di farsi una casetta piccolina adatta ad ospitarli tutti e due. Scuote la testa Giovanni Santillo. Un sogno che non si avvererà mai. A vent’anni le donne hanno fretta di sistemarsi. Aspettare significherebbe perdere lo smalto della giovinezza, e rischiare di restar zitelle. Marisa non lo aspetterà. Lo sa, lo sente.

Alza gli occhi verso il portico, mentre piega i tovaglioli. C’è tanta folla. Gente che sta andando al mare. Tanti, sicuramente staranno andando al sud, magari proprio là, dove abitano i suoi, e da dove lui è scappato in cerca di un futuro. Che cosa strana è la vita. Lui, che il mare ce l’ha tatuato negli occhi da quando è nato, ora è qui, che guarda gli altri correre verso quel sole, quel riverbero accecante, quell’odore di salsedine e alghe morte di cui sente così tanto la mancanza. Li invidia. Vorrebbe esser tra quella gente, valigie colorate e sandali ai piedi. Vorrebbe non dover piegare tovaglioli e servire paillard ai ferri, ma sdraiarsi sulla sabbia calda e baciare le labbra soffici della sua Marisa.

Non ha tempo di capire cosa succede, Giovanni Santillo. Il cristallo spesso della vetrina si sbriciola in mille schegge luccicanti, esplodendo su se stesso, abbattendosi su di lui come un secchio di grandine gelida. Il boato assordante gli entrerà nella testa solo qualche istante dopo. Lo ricorderà per tutta la vita, ma successivo alla pioggia di vetro che lo aggredisce in quel momento. E quindi il fumo, la polvere dei calcinacci che dalla stazione arriva immediatamente e invade la sala dell’Hotel ****. Si alza lentamente, Giovanni. E pur coperto di sangue, esce sulla strada dal varco formato dalla vetrina distrutta. La gente urla, scappa da ogni parte. Non saprà mai come ha fatto a trovarsi nel piazzale della stazione, tra i conducenti degli autobus che scesi raccolgono pietre per lanciarle lontano, scavano tra i calcinacci, trasportano persone ferite e corpi dilaniati. Non saprà mai spiegare Giovanni, in quale momento ha deciso di aiutare a scavare, di trasportare feriti sugli autobus o chiudere gli occhi a turisti ormai partiti per il viaggio più lungo. Ricorderà solo un pensiero: Devo dirle che torno. Al diavolo il futuro, la vita è qui, ora. Scivola via velocissima, e bisogna afferrarla prima che sfumi come polvere acida e odor di carne bruciata. Marisa, aspettami.

Ecco il mio racconto per il gioco letterario promosso da Writer. Inutile dire che "ogni riferimento a fatti, persone o cose è del tutto casuale e di pura invenzione".

 

 



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sabato, 28 ottobre 2006, ore 10:35
scarabocchiato da Ipanema in racconti

Questo racconto è ancora pubblicato online sul sito di Rai Catersport, ma immagino a breve sarà tolto e comunque è impaginato malissimo. Lo ripropongo qui, per conservarlo, dedicandolo al piccolo scavezzacollo che era mio fratello quando piccolo e vicacissimo giocava a tennis nel cortile sotto casa.

Damiano è sempre stato molto vivace. E turbolento. Per tanto tempo nostra madre ha vissuto con l’ansia di una lite, di una sospensione da scuola, di una telefonata arrabbiata di qualche papà infastidito dalle marachelle che combinava ovunque. Non si sapeva come fare a tenerlo buono. Di punto in bianco, da tranquillo e angelico, con quel suo visino lentigginoso e innocente, ti usciva fuori con un’idea strampalata o con un’azione spericolata. Era sempre sul chi vive, la mamma. Fino a quando… non arrivò Natale e uno zio che nemmeno sapevamo di avere gli regalò una racchetta e un tubo di latta con dentro tre palline gialle.
— Che ci devo fare io con queste? — lo aveva guardato stupito, indeciso se mettersi a gridare per la rabbia o saltare per la contentezza
— Ci impari a giocare — aveva risposto lo zio, impassibile — non è difficile. E’ tutta una questione di concentrazione ed equilibrio.
Damiano quando veniva colto di sorpresa prendeva un’espressione buffa: inarcanva le sopracciglia, mordicchiandosi il labbro inferiore con meticolosità. Ora stava guardando le palline gialle, non grandi ma estremamente elastiche, con quella stessa aria attenta e pensierosa.
— Sembrano vive — aveva commentato perplesso, facendole rimbalzare per terra a ogni colpo con più forza.
— Lo sono, non sai quanto! E tu devi sfiancarle, perché sono instancabili! — aveva replicato lo zio — le devi buttare contro il muro, rimandarle indietro con la racchetta, ancora e ancora e ancora… loro torneranno indietro con grandi salti, a tentare di colpirti, ogni volta più forte, ogni volta più duramente, ma tu non devi farti trovare impreparato e le devi rispedire da dove vengono, ogni volta, sempre di più… sempre di più…
— Sembra divertente…
— E’ il più bel gioco del mondo. Si chiama tennis…

Abitavamo in un palazzo appena fuori il centro del paese. Un condominio di nuova costruzione, con tutte le rifiniture all'avanguardia. Elegante, con i suoi mattoni rossi pietra a vista, un giardinetto sul davanti ben tenuto e curato dall'inquilina del primo piano, si ergeva austero ostentando lustro e distacco. A noi bambini era proibito giocare nel giardino davanti: avremmo senz'altro rovinato le aiuole e calpestato il prato all’inglese di cui andavano tutti orgogliosi. E noi, che eravamo tanti, ce ne stavamo tutti sul retro, nel piazzale recintato dove stavano i box per le auto, e la rampa in discesa era il nostro trampolino per volate in bicicletta di gran carriera. Che folli corse a rotta-di-collo! Bisognava vederlo, Damiano, che spericolato che era. E pensare che fui io a insegnargli ad andare in bici senza rotelline. A soli quattro anni!
Il muro che dava sui box nel retro del cortile divenne dominio di Damiano.
Ormai tutti noi bambini dovevamo accontentarci della discesa principale e del pezzettino di cemento che restava prima di arrivare sul retro del cortile. Damiano passava ore e ore a colpire quei "proiettili gialli" con la racchetta contro il muro. I primi giorni era stato un disastro. Le "palle vive" tornavano indietro e gli rimbalzavano addosso. O volavano via oltre la recinzione e bisognava uscire di nascosto dai genitori, andare in strada a recuperarle. Lui si arrabbiava moltissimo, e piangeva, gridava furibondo. Ma ogni volta si rialzava da terra, rosso in volto ma determinato a non dargliela vinta. E riprendeva il suo lento ma progressivo picchiar di racchetta contro quei bolidi rimbalzanti.
Giorno dopo giorno, aveva iniziato a conquistare più precisione e a domare le "fiere indisciplinate".
Tunf… tunf… tunf…

Con pazienza aveva preso a scambiare palleggi interminabili, a contar le volte che le respingeva con la racchetta senza farle mai toccare terra.
Quarantacinque… quarantasei… quarantasette…
— Damiano! E pronto in tavola!
ottantotto… ottantanove…
— Damianooooooo! Vieni su che è ora di mangiareeeee! —
la mamma si sgolava dalla terrazza dell’ultimo piano. Aveva una bella voglia di gridare. Damiano mica la sentiva.
Novantacinque… novantasei… novantasette…
Era una sfida, tra lui e le palline gialle. La racchetta era la propaggine del suo braccio destro. Ormai gliel’aveva giurata a quelle tre… avrebbe vinto lui. Le avrebbe domate. Avrebbero fatto sempre e solo quello che voleva lui. Sarebbero andate nella direzione che lui indicava loro e non viceversa. Proiettili gialli a cui lui solo avrebbe indicato la direzione da prendere, il bersaglio da colpire.
Tunf... tunf... tunf...
— Sì — diceva parlando da solo — la vedremo, chi la vince!

Tutti sapevano dov'era la casa della Carla, la contadina. Ci si andava spesso con i genitori, a comprare cibi genuini coltivati nel suo orto e appena raccolti. I pomodori che coltivava lei erano i più rossi e saporiti di tutta la zona. Per poche lire ti vendeva anche latte appena munto e uova fresche, che prendeva con svelta sicurezza dalle quattro galline che di solito razzolavano nell'aia piccola e sporca della sua minuscola fattoria. Il tragitto per arrivarci non era molto lungo, ma per noi bambini sembrava un viaggio, un’avventura alla Sandokan il procedere tra i campi e i filari delle vigne e una grande tentazione per tutti noi era l'eludere la sorveglianza dei grandi e sgattaiolare di soppiatto raggiungendo quella che nel nostro immaginario assomigliava a un'isola lontana e misteriosa.
Aveva un cane lupo, Musonero, che teneva sempre legato a una catena, abbaiava furente appena ti avvicinavi. Una delle marachelle preferite di Damiano era quella di arrivare fin lì in bici, e poi far dispetti a Musonero; lo lasciava latrare arrabbiato per ore, nascondendosi dietro un cespuglio e usciva di tanto in tanto per lanciargli un grido o un sasso. Fino a quando un giorno Mariano, il marito della Carla, non lo sorprese alle spalle, e afferrato per la collottola lo mise proprio davanti al cane infuriato. Da allora Damiano ha sempre avuto un po' paura dei cani, ma questa è un'altra storia.

Da qualche tempo aveva preso ad andare in giro sempre con la racchetta infilata nel fodero di plastica; la teneva di traverso a tracolla sulle spalle, e le tre palline gialle in un sacchetto di stoffa legato alla cintura dei pantaloni. Sembrava un cacciatore con uno strano fucile a forma di chitarra e strani grossi proiettili gialli in dotazione; la sua bicicletta rossa, il suo solito faccino d’angelo tutte lentiggini che nascondeva una voglia matta di far diavolerie. Aveva scoperto che dietro la casa della Carla, proprio tra le fronde di un minuscolo boschetto di ippocastani, viveva libero e spensierato un pappagallo.
— Boh! Deve esser stato liberato da certi ricconi che si eran stufati di tenerlo! — aveva spiegato la contadina ai nostri vicini di casa che andando a far la spesa da lei, si erano accorti della sua presenza — non dà confidenza a nessuno. Molti giurano che non esista nemmeno! Ma ci dev’essere perché ogni tanto manda una gracchiata lunga, e lo sento sfrombolar tra le foglie. E’ inoffensivo comunque. E molto riservato. Non è facile vederlo. Farlo volare via poi! Impossibile… no, lasciatelo in pace, non fa male a nessuno!

Damiano invece si era deciso scacciare il pennuto. Con ogni probabilità era curioso di vederlo volare alto nel cielo. Chissà, magari aveva cullato persino in cuor suo la folle idea di farselo amico, di domare anche lui, come aveva domato le palline gialle da tennis.
E così un pomeriggio, eludendo la sorveglianza materna, si era incamminato per i campi fino a raggiungere la piccola fattoria della Carla. Aveva camminato basso basso lungo i filari della vigna, ignorando i latrati di Musonero che lo aveva subito riconosciuto, e si era diretto verso il boschetto di ippocastani dove il pennuto viveva libero e solitario. Arrivato sul posto, per un po’ rimase a guardare ammirato quelle fronde secolari che svettavano maestose e imponenti. Doveva trovare il modo di scuotere gli alberi e far uscire allo scoperto il pappagallo. Ma come fare?
La racchetta… e le palline gialle. Ecco come fare! Un tiro di grande precisione, certo, per non perdere la pallina in mezzo ai rami e raggiungere il suo scopo. Iniziò da sotto le fronde più ampie.
Un tiro secco, di prova.
Tunf! La pallina sibilò entrando tra le foglie, per poi ricadere sbatacchiando per terra. Non sentì nulla, neppure un piccolo gracidìo. Doveva riprovare. Questa volta più forte. Il pappagallo doveva star dormendo.
Tunf! Di nuovo. E di nuovo con molta più indecisione e rimbalzi tra i rami, la pallina ricadde a terra. Stavolta però Damiano sentì un lieve fruscio, il muoversi di qualcosa di alato tra i rami e le foglie dell’albero. Era riuscito a infastidire il pennuto.
Tunf! Tunf! Ne aveva inviate due, con tutta la forza di cui era capace. Sentì muover le foglie, e un gracchiare impaurito. Poi più nulla. Una delle palline ricadde dopo molte indecisioni, di nuovo al suolo. E l’altra? Rimase in attesa, ma nulla. Una pallina era persa. Una delle sue "fiere indomabili" era stata ghermita dal pennuto nemico! Che fare? Ritentare? Lasciar perdere e per lo meno salvare le ultime due rimaste? Giammai! Voleva la guerra, il pappagallo? E guerra avrebbe avuto!
Tunf! Tunf! Di nuovo, due colpi fortissimi. Di nuovo lo stesso frullare d’ali e un grido di rabbia e dolore. Altri colpi, e muoversi di foglie. Poi il silenzio assoluto. E le palline? Tutte e due perdute? No… una lentamente rotola a terra un po’ più in là, lontano dalle fronde dell’ippocastano. Damiano corre nel tentativo di recuperare almeno quell’ultimo proiettile… ma un’ombra si staglia ora sul terreno battuto dopo l’aratura di fresco del campo. Un uccello dall’apertura alare immensa sta volando sopra la testa del bambino. Damiano alza gli occhi al cielo, ma riesce solo a intravedere le ali dai colori sgargianti e bellissimi e zampe con unghie artigliate, terribili. Il pappagallo si sta lanciando in picchiata, proprio in direzione del bambino. Tra un attimo sarà sulla sua testa, probabilmente a colpirlo con il suo rostro tagliente. Damiano si china, impaurito, coprendosi il capo con le braccia in un infantile tentativo di proteggersi. Ma sa che è inutile. Quella specie di aquila è forte e velocissima.
E’ un attimo. Il pappagallo sovrasta la testa di Damiano, sembra volerla afferrare per i capelli, ma no, si rialza e si dirige più in là, verso la pallina gialla che ora si è fermata tra una zolla del terreno scosceso. La afferra con le zampe, si gira roteando, planando si invola e sparisce di nuovo tra le fronde dell’albero immenso.
Finito. Niente più palline, niente più disturbo. E Damiano a guardare incredulo il cielo che ora è tornato limpido e azzurro, là dove prima l’ombra minacciosa del pennuto lo aveva screpolato.
Gioco, partita, incontro. Al suo primo match, Damiano era stato battuto da… un pappagallo.

— Allora è per questo, mamma, che zio Damiano ha sempre un’arara brasiliana disegnata sul fodero delle sue racchette?
— Sì, proprio così. Da allora ha capito che "i proiettili gialli" andavano usati solo per vincere partite nei campi di terra rossa, sui campi da tennis. E il pappagallo da allora è stato il suo simbolo, il suo portafortuna.
— Non mi dirai che…
— No, di quel pappagallo non seppe mai più nulla. Nessuno lo vide mai più. Ma Damiano da allora ha sempre amato gli uccelli dalle grandi ali e dalle lunghe penne colorate. E il tennis ovviamente, tanto da farne la sua professione.


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domenica, 11 giugno 2006, ore 00:51
scarabocchiato da Ipanema in racconti

Fumo è un mio racconto inviato a Elisabetta Manfucci in seguito ai corsi che lei tiene sul suo blog Camaleonte. Elisabetta pubblica il mio racconto e poi, via mail mi invita a scrivere una rielaborazione dello stesso racconto, seguendo una traccia che lei stessa disegna. Non è facile scrivere sotto traccia, e vuole mettermi alla prova. Questo è il racconto che ho scritto seguendo la traccia di Elisabetta. Per NikonF che mi aveva chiesto di farglielo leggere.



— Sicura di aver preso proprio tutto? Dimenticato niente? — chiese Chiara con un filo d’apprensione
— Mi sembra di sì — e per un istante Elisabetta ripercorse a mente l’elenco di cibarie che aveva con diligente precisione elencato su un foglietto e che puntualmente aveva dimenticato a casa. Da qualche tempo era così distratta, così vacua. Sarà la primavera si giustificava pensando che in fondo i colori e gli odori in questa stagione dell’anno aumentano d’intensità, ubriacando cose e persone. E a lei ultimamente sembrava che le narici le fossero rinate e si accorgessero di ogni profumo con un vigore a lei prima sconosciuto. Non sempre questa prerogativa le era però gradita. Adesso, per esempio. L’odore dei panini, delle pizzette e dei salatini che trasportava con un’inusuale fatica verso l’auto parcheggiata poco distante, le stava dando la nausea — e comunque ora ho solo voglia di mollare questa roba in macchina al più presto!. Non riesco a sopportarne l’odore!
— Il profumo, vorrai dire! — replicò Chiara stupefatta — non ti fa venire l’acquolina in bocca questo profumo di pizza appena sfornata, così calda e fragrante? Ah, io non vedo l’ora che sia stasera, quando ci divoreremo tutto al ricevimento
— Parla per te, Chiara. Cosa darei per una toilette dove poter rimettere… il cibo mi disgusta ultimamente…
— Troppo stress da superlavoro! Stai spingendo troppo sull’acceleratore, Elisabetta! E tutto per cosa? L’appalto l’avete ottenuto voi, ora sei Ingegnere capo-progetto, non devi più dimostrare che, in quanto donna, di palle ne hai il doppio dei maschietti, per costruire quel centro commerciale!
— Adesso è diverso, Chiara! Adesso incominciano le responsabilità, civili e penali, del progetto e dell’intera realizzazione. Non ci dormo la notte sai?
— Fai male, perché bisogna dormire, ogni tanto. A meno che a tenerti sveglia non sia il tuo bel Mario… — Chiara sorrise maliziosa e le diede una gomitata allusiva. Elisabetta non rispose. Non aveva voglia di parlare di suo marito ora. Non aveva neppure voglia di pensarci, a Mario. Sette anni di matrimonio. Come era cominciata? Neppure ricordava se quella tra loro era stata passione oppure tiepido romanticismo. Si era ritrovata con la fede al dito e un letto vuoto. Mario di notte correggeva i compiti dei suoi alunni. Di giorno insegnava ai suoi alunni. E nel pomeriggio li riceveva a casa per discutere di semantica, letteratura e filologia. Per lei, in sette anni, non c’era più stato. Non c’era mai stato a dire il vero. Basta, la devo smettere. E devo prendere una decisione, subito! Perché non lo aveva lasciato? Se lo era chiesto troppe volte. E non aveva mai saputo rispondere. Affetto? Amicizia? Abitudine? Ogni tanto era anche capace di qualche momento magico e sensuale. Come quella sera, il mese passato. Due bottiglie di Cartizze e olive piccanti. Si era svegliata la mattina terribilmente impudica e allegra. Ma era durato poco. Mario era di nuovo al computer a scrivere il discorso di fine anno per la chiusura dell’anno scolastico. E aveva scostato la testa infastidito, quando lei si era avvicinata per scompigliargli i capelli. Siamo stanchi, l’uno dell’altra, ormai non c’è più rimedio.
 
Una nuvola bianca la investe, la avvolge come nebbia. Un odore acre e aspro che esala da un sigaro. Dovrebbe disgustarla, lei così sensibile alle sollecitazioni olfattive, eppure l’attira, la rende attenta alle cose, alle persone. Un uomo la sorpassa senza guardarla, e procede davanti a loro camminando sicuro, risoluto. Alto, scultoreo, un armadio solido che dondola lentamente su gambe lievemente incurvate dal peso di muscoli che sebbene parzialmente nascosti dal cappotto, si intuiscono possenti. Procedono così, qualche passo in avanti, per poi fermarsi affiancati in attesa che il semaforo pedonale si faccia di nuovo verde.L’osserva con la coda dell’occhioe ne soppesa l’aspetto. Si stupisce di tanta attenzione, ma indugia nell’osservarlo, come lasciandosi trasportare da un gioco.Non è un uomo bello, i tratti sono duri, non ha fascino o eleganza nelle sue movenze, eppure Elisabetta si sente inspiegabilmente viva e attiva, adesso che lo guarda e ne soppesa il fisico e i movimenti. Una nuova folata. E l’odore di fumo, le penetra nella gola, la infiamma e poi ne brucia i più profondi umori. Tossisce, non può farne a meno.
— Mi scusi… — l’uomo si gira verso di lei, schernendosi, visibilmente imbarazzato.
— Si figuri… — lei socchiude gli occhi che pizzicano — è molto buono questo odore — sussurra piano, quasi arrossendo.
— E’ la prima donna che mi dice una cosa simile — sorride lui incuriosito — questo perché generalmente le donne non fumano… — riprende apparentemente seguendo pensieri suoi, quasi saccheggiando ricordi lontani — sigari — conclude poi con un sorriso schietto, aperto, luminoso.
— Non ne fumo nemmeno io, infatti…— risponde lei perplessa ma contagiata ormai da quel timbro di voce che scopre particolarmente rilassante.
— E allora?
— Come mai mi piace questo odore? — lo guarda ora diritto negli occhi, ansiosa e titubante
— Già, ne sono stupito
— Non lo so nemmeno io…
Eli? Sei di questo mondo? Il semaforo è diventato verde! — Chiara! Se ne era completamente dimenticata. Perduta negli occhi color oro di quell’uomo, vivida di sensazioni fortissime che ancora non sa riconoscere o forse ricordare — Hai ragione Chiara, dobbiamo proprio andare. Ci scusi e… arrivederci! — gli tende la mano, franca, spontanea. E lui risponde gentile, educato. Una mano callosa, ruvida. I brividi la percorrono tutta squassandola, mentre immagina quelle stesse mani percorrerle le spalle, la schiena, le gambe. Ma cosa vado a pensare? Sono pazza?
 
Solo in mezzo alla polvere e ai calcinacci, Elisabetta si sentiva a suo agio. Non in mezzo ai colleghi letterati e intellettuali che il marito incontrava ogni mese in una riunione serale a casa loro; non dietro ai vassoi ricolmi di salatini a servire gli ospiti, a recitare la parte della brava mogliettina. Era diventata ingegnere perché fin da piccola non amava giocare alle bambole, ma invidiava il fratello a cui regalavano i Lego, i Meccano, il traforo. Costruire restituisce agli uomini la dimensione esatta della loro potenza, della loro grandezza Ogni sillaba pronunciata dal docente di Scienza delle Costruzioni, lo stupore e la passione che animavano ogni sua lezione, le tornavano ciclicamente alla mente cose un tenero leit motiv. Elisabetta si era subito sentita parte di quella materia, di quei progetti. E adesso era il capo di quel cantiere, polveroso e rumorosissimo. Solo lì, si sentiva viva e attiva. L’odore del cemento armato ancora fresco, e il suono delle trivelle erano qualcosa che difficilmente riusciva a spiegare agli altri suoi simili, men che meno era riuscita a spiegarlo a Mario, suo marito. Ripensò per un attimo all’uomo con il sigaro, chiedendosi come mai l’avesse attirata tanto, così diverso da Mario, alto dinoccolato, elegante e intellettualmente distante. Forse proprio perché era rude e concreto come lo sono la terra, i mattoni e la calce. Forse perché aveva l’aria di chi lavora con le mani e non con la mente.
— Ci reincontriamo! — una voce a lei familiare la fa sussultare. Conosce quella voce ma non sa a chi appartiene. Si gira, Elisabetta, incuriosita e stupita. E’ l’uomo del sigaro. E ancora il profumo acre di tabacco la investe e l’avvolge in strani pensieri e immagini.
— Mi presento. Alberto Rannisi, sono il capo squadra della nuova impresa edile… ho appuntamento con l’Ingegner Marcelli.
— Sono io l’Ingegner Marcelli. Piacere, Ingegner Elisabetta Marcelli. Prego, allora. Andiamo nel mio ufficio.
 
— Presto! L’Ingegner Marcelli si è sentita male! Chiamate subito un dottore! — Elisabetta riesce appena a sentire ovattata e distante la voce allarmata di qualcuno che conosce ma che non sa chi sia. Cosa mi è successo? Perché sono distesa a terra? Dove sono?
— Ingegnere, la prego non si agiti. E’ stato il caldo, probabilmente. E’ caduta all’improvviso, svenuta. Ma adesso vedrà, si riprenderà presto — Svenuta? Io? Ingegnere tutto d’un pezzo, capo di un ambiziosissimo progetto di costruzione io svenire come una donnicola qualunque? Non a me… non può essere successo a me. — Sono il medico del cantiere, Ingegnere mi sente? Dovremo trasportarla in infermeria, così potrò visitarla e capire il perché di questo malore — Elisabetta riesce a malapena ad annuire, a far capire che sì, possono prelevarla e curarla.
— Ci penso io — l’uomo del sigaro si fa largo tra il piccolo capannello che si è formato sopra di lei e la solleva. Adesso pur nell’incoscienza Elisabetta sente la forza di quelle braccia muscolose, l’odore di fumo che traspira dal fiato di quell’uomo la rianima anziché disgustarla.
 
Cosa sarà stato? Sono entrata nel mio ufficio e … quell’odore mi ha aggredita. Di che odore si sarà trattato? — Ho sentito un’odore forte, che mi ha fatto perdere i sensi — sussurra angosciata al medico che la sta visitando — una nausea forte, acuta. Mai avuto niente di smile prima…
— Capogiri ultimamente ne ha avuti Ingegnere?
— Sì, sarà forse per via della debolezza che provo negli ultimi tempi. Il cibo mi disgusta, non riesco a mangiare nulla da giorni…
— Nausea al mattino? Uno strano senso di vaghezza? Odori forti che l’attirano e altri dolciastri che l’annichiliscono?
— Sì! Ma come…
— Come faccio a sapere cosa sente da un paio di settimane? Sono tutti i sintomi di una piccola creatura in arrivo. Meglio fare subito il test, Ingegner Marcelli, ma credo proprio che lei stia per diventare mamma! Congratulazioni!
 
Sorride Elisabetta, sorride e si guarda attorno scoprendo il mondo per la prima volta. Mamma. Sarò mamma. E adesso? Non riesce a pensare a niente se non a quella “cosa” che le sta vivendo dentro e che a breve crescerà fino a diventare un bambino dentro di lei. Un figlio. Tutto mio. Il mio progetto più bello.  E Mario? Sarà felice di sapere che sta per diventare padre? Cosa comporterà tutto questo tra loro? Cosa significherà tutto questo per il suo lavoro? Costruire restituisce agli uomini la dimensione esatta della loro potenza… Così diceva il professore di Costruzioni.
— Sbagliava di grosso, professore! — ride parlando a voce alta, aspirando forte il profumo dell’estate in arrivo — Concepire e dare alla luce, restituiscono all’uomo la dimensione esatta della loro grandezza, nient’altro! —
Sorrise pensando di esser diventata un po’ filosofa anche lei, come suo marito.
— Finalmente qualcosa ci unisce, in tutti i sensi…

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venerdì, 26 maggio 2006, ore 18:03
scarabocchiato da Ipanema in racconti

Ormai faceva buio presto e spesso, come quella sera, la nebbia calava già all’imbrunire, mista a pioggerellina fitta e ordore di legno bagnato. Estrasse velocemente le chiavi dalla tasca del cappotto, ma il gesto troppo veloce le fece cadere a terra, costringendolo a chinarsi per raccoglierle, inconveniente che lo irritò. Sentiva addosso un’inquietudine ingiustificata, uno stato di malessere che lo accompagnava ormai da molti giorni. Aveva provato a riflettere sulle possibili cause di quest’impazienza che gli impediva persino di concentrarsi sul lavoro durante la giornata, ma ne aveva ottenuto solo una risposta negativa, lasciandogli comunque il sospetto di mentire persino a se stesso. Si tolse il cappotto umido e gocciolante, abbandonandolo distrattamente su una sedia in cucina.
In effetti è molto strano… sogghignò ironico tra sé e sé, cominciando a spogliarsi in fretta stava considerando divertito quanto fosse cambiato; lui così ordinato, pignolo, persino metodico, solo qualche tempo prima non l’avrebbe mai fatto. Avrebbe subito appeso il cappotto bagnato vicino a un calorifero per permettergli di asciugarsi, mentre ora stava disseminando tutti i suoi indumenti da lavoro – cravatta, giacca, camicia – lungo il corridoio, attraversandolo quasi correndo, una sosta davanti al computer per premerne l’interruttore, poi di nuovo verso la camera da letto. Una tuta comoda e calda, pantofole sfondate, sigarette… dalla cucina una birretta fresca e un sandwich-pieno-di-tutto-un-po’… ecco, ora era pronto per rilassarsi, il collegamento già caricato…

Non era mai stato un grande esperto di informatica, a dire il vero. Non aveva mai dimostrato un particolare interesse per il computer. Fino ad allora, anche in ufficio, le pratiche che richiedevano automazione le aveva sempre delegate a colleghi più volonterosi in quel senso. Aveva acquistato il computer una sera al supermercato. Una delle prime volte in cui aveva affrontato la spesa settimanale da single. Aveva sempre detestato quell’appuntamento a cui la sua ex-moglie lo aveva obbligato per anni, tutti i sabato pomeriggio senza deroghe. Rise tra sé pensando alle grida acidule che avrebbe emesso, se solo l’avesse visto quella sera, uscire dal centro commerciale con due grossi scatoloni e nessun fustino di detersivo nel carrello…
E se mi vedesse ora, poi!
Ormai erano passati quasi sei mesi da quando si era separato. Dopo anni di incomprensioni, di accuse, di critiche, una sera aveva riempito una piccola valigia e se ne era andato. In silenzio. Nessuna scenata, nessuna lacrima. Un po’ ne era rimasto deluso. Da lei, così passionale, così polemica e attaccabrighe si sarebbe aspettato una qualche “scena madre”, magari un insulto… e invece nulla, solo indifferenza. Nonostante i dieci anni di matrimonio e una creatura in comune, la cui nascita era stata un’emozione talmente grande da impedirgli una parola qualsiasi a descrivere la sua gioia. E invece, per la loro separazione, una asettica lettera di un anonimo avvocato, una stretta di mano davanti a un giudice annoiato, forse anche un “ciao” distratto, ma non ricordava bene… si era allontanato subito quel giorno, per chiudersi nella stanzetta d’albergo che per qualche mese era stata la sua nuova casa.

La pagina della community era ormai disponibile alla sua vista. L’elenco dei messaggi inseriti presentava una fitta corrispondenza non ancora esaminata”Skywalker dove sei?” stavano parlando di lui!

Era diventato il re incontrastato di tutte le messaggerie del web. Ma non riusciva bene a capire per quale motivo. Era corteggiatissimo, coccolato da tutti i partecipanti alle varie comunità virtuali alle quali partecipava attraverso fugaci apparizioni e soprattutto dalle figure femminili che popolavano quelle che lui tra sè chiamava “piazzette virtuali”. La cosa lo sorprendeva. Non aveva uno stile di scrittura accattivante, tutt’altro. I suoi scritti erano per lo più frasi cortissime e sibilline, il tono spesso scostante, quasi supponente, a volte persino presuntuoso. Ma quando si aspettava rivolte, attacchi, polemiche violente, al contrario da essi scaturivano approvazioni, plausi, invocazioni a restare, a essere ancor più presente e continuare a elargire saggezza. Skywalker era il nick che si era scelto ma che molti affettuosamente accorciavano in “Sky”, americanizzavano in “Walkie”… qualcuna più romantica elaborava in “Uomo delle Nuvole”…
 “il diminutivo di un nick… il soprannome di un soprannome…

Sorrideva perplesso pensando allo strano mondo che era Internet. Ogni persona che vi si affacciava, aveva bisogno di un nome fittizio, il “nick” appunto per proteggersi con l’anonimato, ma al contempo per identificarsi, e di una “parola d’ordine”, la password. Questo insieme di codici, alla fine si stampava addosso come una seconda pelle. Aveva assistito a lunghissime discussioni in bacheca sul perché alcuni fossero così gelosi del loro primo e unico “nick”, mentre altri sentivano il bisogno di usarne moltissimi, tutti comunque diversi e fantasiosi… ”Forse la mancanza di personalità definita?”
Esisteva la “netiquette”, un insieme di regole comportamentali, una sorta di “bon-ton del virtuale” a cui tutti dovevano attenersi… scrivere in lettere maiuscole e con uso di punti esclamativi, equivaleva a urlare, e per non incorrere comunque in fraintendimenti, una serie di espressioni grafiche erano state inventate per riconoscere manifestazioni di allegria, di rabbia, di delusione attraverso puntini e parentesi, gli “emoticons”. C’era anche tutta una serie di abbreviazioni, gli “acronimi”, che abbreviavano frasi intere e che comprendevano addirittura interi concetti. Internet insomma, con le sue regole, le sue tradizioni era una vera e propria società virtuale, una specie di dimensione parallela alla vita reale, sulla quale moltissimi trovavano riparo, conforto e perché no? Asilo politico. Lui disprezzava tutto questo, lo trovava decadente, eppure il vedere come tante persone lo prendessero sul serio, lo stimassero addirittura, per la sua “crudeltà intellettuale”, lo divertiva. E quanto maggiormente si sentiva accettato, richiesto, osannato, ancor più aspre ed ermetiche diventavano le sue parole. Si concedeva pochissimo. Quando aveva l’impressione che gli astanti fossero ormai sicuri della sua presenza costante in quella community, si defilava, il più delle volte tacendo. Seguiva comunque i colloqui che si susseguivano, spostandosi ora da questo a quel collegamento, da una all’altra community. Si era accorto, mano a mano l’esperienza e l’assiduità crescevano, che aumentava anche la familiarità con alcuni nick che abitavano determinate community e dei quali prediligeva gli scritti, preferendoli ad altri di cui non ricordava neppure a volte l’esistenza. In un certo senso si erano materializzate in lui immagini, più o meno concrete di queste firme, anche se nessuna in particolar modo lo aveva colpito. Internet era solo un gioco per lui e voleva che restasse tale. Per essere popolari bastava mostrarsi un poco più eccessivi di quello che si è nella realtà, l’anonimato faceva il resto. Il segreto era non lasciarsi coinvolgere. Mai.
 
Messaggio di Iride: Essere o Sentire?
 
Iride aveva scritto di nuovo, e lui ne aspettava risposta dalla sera prima. Sentì l’impazienza aumentare, nell’attesa dei pochi secondi che lo separavano dal testo che doveva apparire… secondi che sembravano eterni. Iride era entrata da poco in community. Ma subito aveva dimostrato di essere diversa da tutti gli altri nick. Dapprima aveva lasciato un velo di mistero circa la sua identità sessuale, quando in genere tutti tenevano a dichiararsi subito se uomini o donne.
“Ha importanza sul web, essere uomo o donna? Non è forse l’anima che stiamo cercando qui?”
aveva scritto provocando una sorta di terremoto verbale. Era stato lui a smascherarla in quanto femmina, ma in effetti sembrava che a lei interessasse nascondersi piuttosto che mostrarsi, ma se costretta, opponeva un fiero atteggiamento decisamente mascolino. Questo l’attirava molto. Detestava le donne così. La sua ex-moglie appunto era in quel modo, cosa che lo aveva per anni costretto a chiudersi a riccio per difendersi. Ora aveva la possibilità di prendersi una rivincita. E per questo la cercava, la inseguiva, anche se lei pareva non voler raccogliere le sue provocazioni. Non lo blandiva, non lo coccolava come le altre, ma nemmeno si dimostrava in disaccordo… semplicemente lo ignorava. Questo lo faceva impazzire.

 
Si era sposata perché molto innamorata. Cosa di lui l’avesse conquistata se lo stava chiedendo ancora oggi, dopo tanti anni. Il dubbio era se si fosse innamorata veramente di lui, o solo dell’idea che lei si era fatta. Lei così impulsiva, solare, a volte anche aggressiva, sempre piena di idee, di iniziative, di amici, si era intestardita a conoscere, scoprire e poi a tentare, senza molto successo, di “espugnare” quella fortezza rocciosa che era stato il marito. Un bel ragazzo certo, ma timido, silenzioso, molto metodico e terribilmente educato. Uno forse troppo “al di sopra” delle cose, delle persone.
“Avrà sicuramente pensato di poterlo cambiare, il mio stupido istinto materno!” Doveva aver pensato di essere estroversa abbastanza per tutti e due. E ciò non aveva pagato alla fine.
 
L’aveva conosciuto sui banchi di scuola. Anche molte sue compagne avevano dapprima tentato una timida avance, per poi escluderlo in quanto “strano” oppure “superbo”. Lei no . Lei aveva insistito. Nonostante i suoi testardi silenzi, quell’ostentata indifferenza, aveva continuato a salutarlo, a tentare di parlargli durante gli intervalli tra le lezioni, e alla fine dell’ultimo anno era riuscita a strappargli il permesso di riaccompagnarlo a casa per un lungo tratto a piedi, i giorni che terminavano alla stessa ora…Anche per il primo bacio, aveva in effetti fatto tutto lei.
Adesso ti bacio e lui aveva chiuso gli occhi, chinando la testa in avanti, aspettandosi un bacio sulla fronte come era solita baciarlo la madre… e invece lei gli aveva gettato le braccia al collo e lo aveva baciato sulla bocca, stringendolo forte. Poi, resasi conto del suo stupore, si era vergognata e gli aveva chiesto persino scusa. Aveva creduto che lui fosse rimasto troppo stupito e che la troppa emozione gli avesse impedito di dire qualcosa. Oggi, conscia della realtà effettiva delle cose, si odiava per la propria stupidità Di sicuro ne è rimastocolpito, ma dalla mia impudenza!”si diceva quando, pensandoci, si soffermava su quell’episodio, al puro scopo di farsi un po’ male.
”Io ho avuto l’ardire di compiere il primo passo! Stupida!” Anche dopo sposati, lui era come se fosse sempre sopra le parti. Omaggiava della sua presenza, onorava dei suoi sentimenti. Si concedeva con parsimonia e comunque sempre con evanescente discrezione… più era sfuggente e più lei lo riempiva di attenzioni, violentandolo con pretese di dialogo che immancabilmente terminavano con discussioni “Chissà come siamo riusciti a concepire nel frattempoElena…” già, la figlia, l’unica cosa davvero bella che ne aveva tratto da quella strana storia.
 
Con Elena era diverso. Scendeva da quella sorta di piedistallo sul quale stava appollaiato tutto il tempo, e giocava, scherzava, arrivava addirittura a ridere con la piccola. Ma non appena lei provava ad avvicinarsi a loro, a entrare in quella specie di circolo esclusivo che padre e figlia formavano quando erano insieme, lui si irrigidiva, allontanandosi da entrambe. Dieci anni aveva sopportato, e sofferto per questo “amore colpevole”. Per dieci lunghissimi anni aveva tentato di capire cosa in lei non andava, attribuendosi naturalmente tutte le colpe possibili: troppo audace, troppo estroversa, troppo disordinata…
”Sempre e comunque troppo… poco!” Oggi si detestava per essersi fatta tanto male, per aver rinunciato a vivere un amore vero, in ragione di un amore che aveva solo idealizzato dentro di sé. Ordinato fino alla paranoia, l’aveva vista ogni volta correre per casa a raccogliere i giochi della figlia per non fargli mai trovare nulla fuori posto al suo ritorno. Metodico come un orologio svizzero, aveva costretto la sua vita e quella della bimba a una scansione di tempi e orari che fossero conformi alle abitudini del marito, ma mai alle “sue” abitudini. Ma al silenzio indifferente e ostinato che lui le rivolgeva, a quello no, non aveva mai fatto abitudine. Ed era un continuo richiamarlo, pregarlo, spronarlo alla discussione, non essendo possibile il dialogo. Aveva preteso che le accompagnasse almeno al sabato pomeriggio alla spesa settimanale, un modo per uscire tutti insieme, poiché ogni altra occasione lui la rifiutava. Era consapevole che obbligarlo in questo modo aumentava in lui la disapprovazione nei suoi confronti, ma alla fine era divenuta una piccola sottile vendetta che le dava un poco di piacere, in mezzo a tanta malinconia.
 
Aveva comperato il computer una sera, uscita dal tribunale per l’incontro con il giudice che aveva sancito la loro separazione. Era una cosa che aveva desiderato per tanto tempo, senza aver mai osato chiedergli, perché sicuramente un oggetto che lui non avrebbe approvato. Internet, poi con la sua immensa ramificazione di reti e informazioni, era un concetto troppo vasto, di una libertà troppo sfacciata perché potesse interessarlo. Così, con un gesto liberatorio l’aveva acquistato, in risposta soprattutto all’ennesima sofferenza causatagli dal marito – “ex-marito!” – quel giorno, rimanendo in silenzio, con l’espressione distante sul volto, quando il giudice aveva tentato il rito di riconciliazione di prassi. Anche in quell’occasione indifferente, superiore a tutto, a ciò che era stato il loro matrimonio e che stava finendo. Si era girata in fretta, dopo la firma, aveva salutato con un “Ciao” volutamente confidenziale l’avvocato che l’aveva assistita, e si era allontanata veloce, senza aspettare di vedere un’eventuale reazione sul volto dell’ex-marito. Si era fermata solo all’entrata del discount informatico vicino casa.
Quello!
aveva indicato il più costoso, il più aerodinamico… quello più potente. Solo in seguito avrebbe letto le istruzioni e avrebbe imparato a usarlo. Ora, quello che importava, era che era libera, di fare e di comprare quello che voleva. Senza l’approvazione di nessuno.
 
Messaggio di Iride: Essere o sentire?
“Ha senso l’essere senza il sentire? E si può onestamente affermare di poter sentire senza necessariamente dover essere?”
Eccola di nuovo: Iride. C’era qualcosa nelle tematiche da lei proposte che lo attirava. Aveva provato a ignorarla, sulle prime, ma le sue risposte ad altre affermazioni lo avevano incuriosito.
 
Risposta di Skywalker
Iride, anima ingenua, tu pensi davvero che “essere” comporti necessariamente il “sentire”? Mi meraviglio di te, ma non me ne compiaccio!!
 
Risposta di Iride:
Ingenua, probabilmente… sicuramente per fortuna! E di questo, caro Sky, me ne compiaccio ma non me ne meraviglio!
 
Ormai era un po’ di tempo che andavano avanti così, piccole schermaglie verbali, scaramucce virtuali. Lei non lo cercava, era lui a inseguirla. Tentava di sottrarsi, forse spaventata da quelle provocazioni sottili. Ma il sentirsi seguita era una cosa nuova, alla quale non era abituata. Aveva sempre rincorso lei il marito, ma non sapeva cosa volesse dire essere oggetto di interesse. Ogni risposta provocatoria di Skywalker l’angosciava, ma allo stesso tempo la elettrizzava. Tentava di sfuggire, ma il suo spirito impetuoso le impediva di tacere a lungo. E quella sera erano collegati in parallelo, inserendo messaggi uno di seguito all’altro… stranamente stavano percorrendo gli stessi collegamenti, gli stessi fili invisibili della sottile e impalpabile ragnatela telematica… 
“Sky, perché mi insegui”   non ne poteva più, doveva agire.
Pensi davvero che stia seguendoti?”
Ne ho conferma piena… Cosa vuoi da me?”
“Incontrarti!”
 
Adesso era lì, davanti al monitor acceso e tremolante chiedendosi se mai fosse impazzita. Qualcosa doveva esser scoppiato nella sua testa, tanto da indurla ad accettare quell’incontro.
 
Sky era incredulo. Per la prima volta nella sua vita, aveva corteggiato, rincorso e insistito al punto da indurre una donna ad accettare un suo invito. Per la prima volta aveva preso lui l’iniziativa.
                
 
Il piccolo bar con sala da tè era completamente vuoto. Sky aveva chiesto un permesso dal lavoro per essere lì, di pomeriggio…
“Così saprà subito che sono io…”
Un misto di eccitazione e commiserazione lo stava assalendo, ora che seduto davanti a una camomilla fingeva di leggere il giornale, tanto per darsi un tono. Iride era in ritardo
“Probabilmente non verrà…”
Sarebbe forse stato meglio così. Ma sentiva di essere emozionato.
 
Iride sbirciò dentro la vetrina e vedendo quell’uomo nascosto dal giornale, capì che quello era Skywalker. Le ginocchia si afflosciarono un poco, ricordandole i primi languori di adolescente.
”Idiota che sono…”
Un attimo per chiedersi se era davvero quello che voleva, poi la solita impulsività rispose per lei, entrò, e si avvicinò silenziosamente al tavolo dove stava seduto colui che sapeva essere Sky, quando improvvisamente il tizio abbassò il giornale…
 
Restarono per qualche istante in attesa, gli occhi spalancati e la loro espressione sul volto sbigottita. Ritrovarsi l’uno di fronte all’altra così, improvvisamente, inaspettatamente… finché insieme, esplosero in una risata scomposta, fragorosa, liberatoria. Lacrime incontenibili di incredulità, divertimento, allegria. Dopo dieci anni, stavano ridendo insieme per la prima volta.


Il barista ormai stanco, aveva rassettato il locale, raccolto le sedie, chiuso la cassa, osservando a lungo quei due che dalle tre del pomeriggio erano rimasti là, seduti in quell’angolo a parlottare fitto fitto, in una specie di codice segreto: chips, bit, ram, mega, dos, browser…Si avvicinò timidamente
Dovrei chiudere…”
 
Li vide allontanarsi, e abbassando la saracinesca non poté fare a meno di seguire con lo sguardo quella strana coppia che, allontanandosi, scomparve subito inghiottita dalla nebbia… le loro voci forti e allegre rimandavano ancora a quel linguaggio incomprensibile…
”ISDN o ADSL?”
 
 
 
Questo racconto è stato il primo che ho scritto, in assoluto, quando ancora non sapevo e anzi - non credevo affatto - di esserne capace. Su un forum vidi il bando di un concorso, www.luccautori.it dove inserivano i racconti migliori e li pubblicavano in rete. Per me era già sufficiente il poter inviare mail entusiaste alle amiche e far leggere loro una mia "prodezza". Non avrei mai potuto nemmeno immaginare di vincere quel concorso, e di vedere addirittura pubblicato su carta, dentro un libro vero quel mio scritto. L'emozione di avere quel libro tra le mani fu indescrivibile e desiderai di averne altri, magari con tutti scritti miei... E' ancora un sogno, quel sogno. E cosa buffa, di quel libro ne comprai alcune copie ma le detti via tutte, per me non ne ho conservata nessuna. Oggi da un giro sulla rete scopro che il sito dove era pubblicato il mio racconto è offline e allora ripubblico il mio racconto qui, in modo da non perderlo...più. Il concorso invece continua, oggi alla sua quinta edizione,  sul sito www.raccontinellarete.it
a proposito: questo racconto ha anche ispirato la mia amica Xallei pittrice e scultrice questo quadro, che si intitola appunto come il racconto. Cosa non può fare la fantasia eh?

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giovedì, 25 maggio 2006, ore 21:51
scarabocchiato da Ipanema in racconti, scarabocchi, segnalazione

Per chi volesse leggere un mio racconto, su Camaleonte, blog di scuola ed esercitazioni di scrittura, ne è stato inserito uno mio.

Qualcuno si ricorderà un vecchio pezzetto di racconto estemporaneo, intitolato Fumo. Ebbene, dopo un lungo e attento lavoro di revisione, grazie agli amici e alle amiche del forum FIAE, è diventato questo pezzo più completo.


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mercoledì, 10 maggio 2006, ore 19:26
scarabocchiato da Ipanema in racconti

La piscina è gonfia di persone, una miriade multicolore e multiforme di genti che si assiepano per la consueta seduta di acqua-gym. Il sole caldissimo rifrange luce abbagliante e caldo intenso... fino a quanto non entra in scena lui, e tutto il lido si anima in un fermento di curiosità e aspettativa...

"Sensual... un movimiento sexy..." le prime note della canzone latino-americana esplodono in un'orgia di allegria e movenze ritmate, e quasi sotto l'effetto di un ipnotico tutti, immancabilmente tutti, iniziano a seguirne le note, a ondeggiare al ritmo della danza, ad imitarne i movimenti cadenzati.
Paulinho è uno scricciolo magro e lungo, assomiglia a un elastico, o meglio, ad un disegno vivente: un pallino per la testa, una riga sottile per il busto, righe per le braccia e per le gambe, e lui è proprio così, gommoso, snodato, come un cartone animato...il tutto legato insieme da un'energia e da una vitalità prepotenti e contagiosissime.
La canzone sta ormai volgendo al termine, ma anche le più pigre bellezze stese al sole sono in piedi e seguono l'onda della marea umana che si dondola nel vortice musicale... il breve secondo che intercorre tra la fine della prima e l'inizio della seconda canzone, suscita in molti un'impercettibile moto di impazienza. Tutto il perimetro della piscina è popolato di gente che balla. Anche la mamma dentro l'acqua, con un pupo di nemmeno un anno di vita, salta e ride sotto il sole cocente... un robusto papà con vistosi pantaloni rossi balla divertito con la figlia non più che dodicenne, ancheggiando, saltellando, battendo mani, volteggiando impazzito, incitando moglie e figlio maschio a fare altrettanto... ora l'intera famigliola è riunita in questa insolita, spensierata complicità musicale...
L'unica a non partecipare al vortice collettivo sono io, anche se il piccolo Leo sbracciandosi, saltellandomi intorno vorrebbe in qualche modo coinvolgermi.
Mi piace osservare questo momento di perfezione, fissare nella mente il senso di questa fugace apparizione di allegia pura... tornerà l'autunno. E torneranno le miserie, le tristezze, il pensiero doloroso del quotidiano e dei problemi del mondo... ma per il momento la vita, la gioia sono un attimo scatenato senza pensieri...
"...suavesito para bajo... para bajo... suavesito para arriba... para arriba..."

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mercoledì, 10 maggio 2006, ore 19:24
scarabocchiato da Ipanema in racconti, lampi di vita

Bambini che lustrano le scarpe


[Negli Occhi della Leggerezza Multiblog]


Di sera, a Rio de Janeiro, quando le serrande dei negozi si sono abbassate, le luci delle vetrine colorate per i turisti spente... le strade diventano meno affollate e i marciapiedi ... si popolano. Sotto lo sguardo vigile e attento dei poliziotti della sicurezza notturna, un nugolo di bambini e adolescenti comincia ad uscire da non si sa dove, e prende a distendere sotto pensiline e addirittura dentro cabine telefoniche, pezzi di cartone quasi a ricavarne una capanna...
Uscivo dalla chiesa principale del quartiere turistico poco distante da dove abitavo, quando sentii un grido straziante ma arrabbiato e qualcuno che mi tirava per la maglia... stava piovendo a dirotto...
"Signoraaaa! Ho fame!" era il grido, ma non addolorato, davvero, era di rabbia e stizza. Girandomi non riuscii sulle prime a capire chi o cosa fosse. Dietro di me alla mia altezza non c'era nessuno. Soltanto dopo il primo attimo di stupore, abbassai lo sguardo per terra e lo vidi , un bimbo che avrà avuto tre, quattro anni. Nudo. Bellissimo e arrabbiatissimo. Continuava a ripetere piangendo "Ho fame, voglio del pane!"....
Mio marito si chinò, lo prese in braccio e poi ci voltammo cercando con lo sguardo l'eventuale madre del bimbo. Una ragazza seduta sotto una tettoia e appoggiata all'inferriata di una banca stava allattando un bimbo di pochi giorni... ci sorrise e annuì con la testa, approvando che lo prendessimo per sfamarlo.
Alla caffetteria più vicina, unico ristoro ancora aperto, comprammo pane, dolciumi e caffè caldo, e portammo tutto, bambino compreso alla sua giovane e poverissima famigliola... ora il bimbo sorrideva. Aveva la bocca piena di pane e cioccolata e le guance gonfie lo rendevano ancora più gioioso.. ma i suoi occhi neri luminosissimi mi trafissero da parte a parte.
Non li ho mai più rivisti. Ma ogni volta che do un bacio ai miei figli, dal primo giorno in cui sono nati, penso sempre che a quel bimbo avrei tanto voluto dargliene uno e non so perchè... non so perchè non gliel'ho dato.
Per questo amo tanto parlare di bimbi. E vorrei dare un bacio, stringere forte, accarezzare ogni bimbo che non ha mai avuto un bacio, non ha mai ricevuto una carezza.
Oggi vi ho aperto il mio cuore. Quel quartiere si chiamava...
Ipanema
[[giugno 2000]

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mercoledì, 10 maggio 2006, ore 19:20
scarabocchiato da Ipanema in racconti

Venerdi mattina, ore 9:35 circa.:
Sono in cucina a rassettare. Ovviamente c'è la mia solita pila di piatti che la sera prima non ho avuto il cuore di sistemare nella lavastoviglie perchè troppo stanca, e che stamattina campeggia tronfia sul lavabo e mi chiama a rapporto: "Lavami! Lavami" richiamo al quale non si può resistere. E in lavanderia, una montagna di panni impolverati dei miei figli, il guardaroba usato ieri a scuola, risultato di scorribande in mezzo a prati e campi impolverati, mi sta guardando con la stessa severità dei piatti da lavare. E' più tollerante, aspetta con pazienza che io la carichi tutta in lavatrice.
Uno mattina: solito collegamento da Milano, con Bice Biagi, esperta di turno sul costume sociale, giornaliste specializzate in cronaca rosa in studio, e una Katia Noventa querula e eccitatissima. Si parla (udite udite!) come ormai tutti i giorni, in tutti i contenitori giornalistici femminili e non, di teste coronate.
E ovviamente, il maggior interesse e la maggior goduria delle anchor e opinioniste di questi giorni, è il matrimonio di Felipe di Spagna con la sua Letizia...
Un ampia carrellata di immagini pre e post fidanzamento, una scandagliata inchiesta sui passati trascorsi di lui (ma di lei accuratamente tutto oscurato da un più discreto: già sposata ma solo civilmente), per continuare con il sontuosissimo matrimonio in chiesa e zoomata sullo strascico di lei, finendo con il castissimo bacio sul balcone come da copione.
Katia Noventa a questo punto, cinguetta estasiata:
E' il coronamento di un sogno... il sogno di tutte le donne!  e a quel punto, io che ho le mani completamente immerse nel lavabo, le ritraggo cosparse di Svelto (sì, sì, quello, l'amico delle donne... quello che non aggredisce le mani, lasciandole morbide e vellutate)...e mi fermo ad ascoltare: — E' ovviamente il sogno di tutte le donne, quello di incontrare un principe e impalmarlo"continua, imperterrita, convintissima di quello che dice.
Il mio cervello comincia perciò a far roteare i neuroni, e una raffica di domande mi rotea vorticosamente davanti agli occhi, lasciandomi per qualche minuto con un espressione un poco ebete e un leggero senso di vertigine: il sogno di tutte le donne? e poi una risposta quasi urlata mi aggredisce (sempre dentro la mia mente!)
IO NO DI CERTO! IO SPOSARE UNA TESTA CORONATA??? MA PER L'AMOR DI DIO!
In effetti, uno se pensa a Lady Diana, e la fine che ha fatto, dopo dieci anni di tormentata vita di corte, di astii, di pettegolezzi, di tradimenti da parte di amici e collaboratori, di spie che dappertutto le controllavano movimenti e sentimenti, di ex-fiamme che svolazzavano tranquillamente nel letto dell'amato marito, e bulimia e cadute dalle scale... per cosa? Quattro o cinquecento vestiti firmati - che il più delle volte devono essere di taglio classicissimo, con orribili cappelli foggia regale e colori che variano dal verde pisello al rosa confetto, scarpe e borsette in tinta - e due gioielli della corona indossati, che poi devi rigorosamente restituire al valletto di corte, perchè anche se regalo di nozze, non ti apparterranno mai?
O a Victoria di Svezia, anoressica al punto da esser mandata in America a curarsi e fare un corso rapido di presa di coscienza del suo futuro ruolo di Regina, ruolo che da sempre riservato solo agli eredi maschi, venne cambiato appositamente alla sua nascita da decreto reale?
O Masako, principessa tristissima del Giappone, indotta dalla ragion di Stato a tentare tutto per assegnare un erede al trono, e ripiombata nella depressione per aver deluso un popolo intero, partorendo una bambina anzichè un maschio?
E la lista potrebbe allungarsi. Il sogno di tutte le donne? Presenziare da quel momento in avanti, dopo quel "" il più delle volte mediatico, a innumerevoli apparizioni pubbliche, visite ad orfanotrofi, conferenze con pie signore benefattrici, aste di beneficenza, parate militari, incontri con capi di stato di piccolissime ex-colonie del paese di appartenenza, e ascoltare noiosissimi discorsi di convenienza, ore e ore a far attenzione persino a sbadigliare, perchè corri il rischio che un fotografo amatoriale immortali il tuo poco regale non-interesse e tenti la fortuna vendendone la foto al giornaletto scandalistico di turno, mettendo però in quel modo a repentaglio la tua immagine e facendoti magari ottenere rimbrotti e isolamenti da parte dello staff procollare della real casa di appartenenza? . Non poter gioire come tutti dell'eventuale nascita di un figlio, sceglierne il nome - che il più delle volte è già designato da antica tradizione dinastica - o con trepidazione andar per negozi a sceglierne il corredino, perchè la "real gravidanza" è affare di stato, e non può esserne data informazione anche in via ufficiosa da teneri comportamenti materni, se non con annuncio e comportamenti ufficiali (della serie: una regina o futura regina, non può neppure carezzarsi amorevolmente la pancina già più gonfia dopo il terzo mese di gravidanza, per evitare di dare adito a poco regali illazioni) e comunque, saper già prima del tempo che di quei figli avrai pochissime occasioni di esserne madre, perchè il tuo ruolo sarà sempre quello di presenziare a incontri ufficiali e i tuoi figli verranno comunque affidati ad un pool di baby sitter ed educatori che insegneranno loro il comportamento e la cultura (generalmente militaresca) necessarie ad un futuro re o regina.
Insomma... riaffondo allegramente le mie mani (ben poco vellutate a dire il vero) nell'acqua schiumosa di Svelto all'aceto, e riprendo a lavare i miei piatti. La presa di coscienza che fortunatamente a me non capiterà mai (più) di incontrare sulla mia strada un principe di una real casa, e di innamorarmene e finire nel peggior incubo che ad una donna possa capitare... beh, mi rende tutte le mie incombenze casalinghe mattutine, molto, ma molto più divertenti di quelle che vedo passare in carrellata davanti al televisore. E mentre Katia Noventa, continua a cinguettare entusiastica sulla meraviglia del ricamo in pizzo e perline del velo di Letizia... un click impietoso sul tastino rosso del telecomando, le chiude il collegamento video sul muso. Ah... il silenzio della casa di mattina, quando tutti sono fuori e tu sei la sola regina incontrastata del tuo piccolo, comunissimo regno! Questo sì che è il vero sogno, di tutte le casalinghe!
Questa mini-riflessione la feci il 6 giugno 2004... il tempo passa! E io sto svuotando Web Side Stories per cancellarlo definitivamente.

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venerdì, 17 marzo 2006, ore 17:03
scarabocchiato da Ipanema in racconti

Il mio racconto, pubblicato online per partecipare
al concorso Catersport "Una Palla di Racconto"
Gioco, partita, incontro 
sperando che correggano gli errori di formattazione...


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giovedì, 04 marzo 2004, ore 14:27
scarabocchiato da Ipanema in racconti

la storia della donna sub


ho disseminato un racconto nel web nella speranza che possa germogliare:
un racconto da leggere e da continuare
by zop

***

Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento... dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi di rami e di foglie... (Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore)
per continuare clicca qui: immergiti navigatore, cosa aspetti? c’è una storia in cerca d'autori!

***


la storia della donna sub
[zop la iniziò...]

sesta parte



La donna sub sapeva benissimo di essere osservata da Lui quando la sera, in controluce, si immergeva e scompariva per lungo tempo tra i flutti del mare. Ma non lo dava certo a vedere. Però le faceva piacere. Molto piacere.

La stessa scena andò avanti per tutta l’estate, si ripeteva uguale a se stessa tutte le sere, come in un film.

Lei rimaneva a fare i suoi esercizi di respirazione, in controluce, sullo scoglio prima di inabissarsi.

Lui la guardava un po’ più lontano. E aspettava ogni giorno, sempre un po’ di più, che lei riemergesse.

Solo sul finire dell’estate, una sera particolarmente pulita e luminosa, Lei si fermò a fissarlo per qualche minuto, respirando profondamente, e i due si guardarono a lungo, sorridendo.

Lei lo chiamò, senza smettere di sorridere. Quando Lui si avvicinò, la donna sub gli disse che quella sera voleva provare a battere ogni record di immersione mai tentato. Si allenava da troppo tempo ed era ormai giunto il momento di tentare questo record definitivo.
Così, gli mise in mano un cronometro e si raccomandò di farlo partire nel momento preciso in cui si sarebbe tuffata. Si raccomandò anche di tenersi sempre pronto a bloccarlo, non appena fosse riemersa.
Poi lo baciò e si tuffò.

Lei non riemerse mai più.

FINE

No, non può finire così


***

Questa è una storia da scrivere oltre che da leggere. Se ti è piaciuta falla germogliare, continuala, contaminala, riscrivila! Scegli un punto in cui inserire la tua continuazione, magari proprio questo, e continuala in poche righe in modo che abbia sempre un finale possibile, ma anche un link che riporti il lettore al capitolo successivo. Per inviare le tue continuazioni: http://zop.splinder.it.

***

DEVIAZIONE DI IPANEMA
Lei lo baciò... poi si tuffò...
Lui sentiva ancora sulle sue labbra il sapore salato dell'acqua di mare che lei gli aveva donato ed un caldo languore percorse tutta la schiena mentre osservava la superficie marina che ora si era richiusa su quel tuffo. L'orizzonte si confondeva con il rosso del sole inghiottito dall'acqua e già sentiva arder le pupille nel sostenervi lo sguardo. La vide risalire lentamente da quell'acqua immobile, un'ombra impalpabile che riusciva a distinguere nonostante il bagliore del tramonto ne oscurasse quasi completamente la vista. Le si avvicinò, sorridendo e provocando, circondandolo con le sue braccia in una stretta che era vortice e vertigine e potè nuovamente assaporare l'odore del sale e l'umido calore di un nuovo bacio sentendosi il cuore inondato da profonda passione. Rimasero così, bocca a bocca, pelle a pelle, immoti ed eterni, e i vecchi pescatori dell'isola, ancora oggi narrano che lo scoglio sulla spiaggia che tutti chiamano "gli amanti" nient'altro è che quell'abbraccio cristallizzato di due corpi in eterno sospiro d'amore.


















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