Lo sguardo dell'uomo era intenso e penetrante. E per una come lei, che non amava essere guardata era molto imbarazzante. Ma quel suo modo di osservare non era insistente, non era sfacciato. Cercava di arrivare al nucleo del suo essere, e lei già intuiva che stava riuscendoci senza trovare molta resistenza. Avrebbe voluto distogliere lo sguardo per prima, sicuramente per sfuggirgli, avrebbe dovuto alzarsi e andarsene via di li. Ma quello scrutare le piaceva. Sapeva che le piaceva. Finalmente qualcuno che provava a guardarla dentro, invece che fermarsi a soppesare le sue doti esteriori. Finalmente uno sguardo profondo e intimo, una curiosità gentile nei confronti del suo essere e non del suo apparire. Era un gioco pericoloso, quello che gli stava lasciando fare. Ma in fondo, che male c'era? Lei era così distante, anonima. E aveva sempre amato giocare con il fuoco.
Di fronte, l'uno all'altra come una partita di scacchi alla mossa decisiva. "Banalità di lettura la nostra" pensò lei, scoprendosi ad osservare la scena come se non vi fosse coinvolta. Cos'era che li aveva allontanati? Il suo desiderio di maternità? O la paura di responsabilità che entrambi non volevano prendersi per primi?
"A te la mossa" avrebbe voluto dire lui, ma sapeva, che questa volta, la stoccata decisiva sarebbe stata di suo diritto. "Non voglio favoritismi" parve pensare lei e si stupì in quel momento nello scoprire che i loro pensieri erano come frasi scorrevoli sulle loro fronti. Lei sapeva ciò che lui pensava, ed era consapevole che anche lui poteva disporre di altrettanto vantaggio.
— Lascio la partita, hai vinto.
— Hai perso, dunque. Ti arrendi?
— Ormai non m’importa — rispose lei, rassegnata.
E lentamente con un rumore sordo, la pedina cadde sul pavimento svegliandoli dal loro torpore.
Piangere non serviva a nulla. Aveva voluto che fosse così, e così era stato. Lo aveva sempre saputo, fin dall'inizio. E ora cosa pretendeva? Che tutto fosse cancellato, come una passata di spugna sulle macchie scomposte che adesso solcavano la sua bella pelle? Aveva permesso che ciò accadesse. Lo aveva quasi desiderato.
Ammettilo che lo volevi, ammettilo che ti è piaciuto! Una voce le gridava nella testa, squassandola.
No, non lo volevo. Volevo ben altro. Volevo rispetto, tenerezza e trasporto. Volevo silenzio e musica allo stesso tempo. Volevo voluttà e candore. Non queste macchie di sangue e dolore. Non queste lacrime che non so far uscire dai miei occhi, perché piangere è sfogo di dolore, e invece questa rabbia io adesso voglio che duri a lungo. No, non volevo che lui sporcasse il mio cuore, lo uccidesse nuovamente, come altri hanno fatto prima. Volevo un amore. E ho avuto di nuovo, la disillusione. Strisciò carponi sul pavimento, incapace ad affrontare tanto dolore e farsi forza. Con fatica greve si appoggiò con la schiena alla parete. Piangendo, la testa tra le gambe, solitaria rispose a se stessa.
Da ore, ormai, giaceva immobile sul letto osservando il soffitto. Era così, che andava sempre a finire. Era così che ogni volta si sentiva. Anche adesso, che su quel muro di fronte a lei, sopra di lei, vedeva scorrere le immagini di quell'amore agonizzante. Lasciò cadere, sul pavimento, il ritratto di quell'incontro, il momento di due corpi che cercandosi sentivano il contatto elettrico e inebriante, perché guardare ancora le vecchie immagini la uccideva prima del tempo. E lei voleva vivere. Vivere per continuare ad ascoltare quel dolore sordo che sentiva paralizzarla tutta, e macerarsi in quel soffrire perduto e forsennato. Soffrire. Adesso che lui aveva scritto la parola fine sul pavimento della loro storia, voleva soltanto questo. E scomparire in quella sofferenza
E' proprio una "cosa così"... ma non ho tempo di fare altro. Questo è un micro racconto, scritto nei miei primissimi giorni di blog, ormai sei/sette anni fa, e dietro ispirazione del lavoro bellissimo di un amico virtuale che da sempre stimo moltissimo e che tanto con i suoi collages e opere d'arte ha ispirato i miei scritti: Alfiererosso.
Dal Blog di Barbara Garlaschelli un'altra interessante iniziativa che riguarda la scrittura:Amo i racconti. La mia carriera di scrittrice è cominciata con un libro di racconti. Faulkner sosteneva che scrivere racconti è la cosa più difficile dopo la poesia. E più il racconto è breve, più le difficoltà crescono. E' difficile raccontare una storia in poche righe. Una storia compiuta, intendo. Ci vuole ritmo, scrittura, equilibrio, intensità, disciplina.
La sfida/proposta è questa: scrivete UN SOLO racconto che non superi le 30 righe (la classica cartella 30 x 60 ovvero 1800 battute) riguardante un episodio della vostra vita che ritenete significativo quindi deve essere un racconto autobiografico o di fantasia ma comunque in prima persona. Mandatelo via mail a questo indirizzo cortosipuofare@gmail.com. Le giurate siamo io e Daniela Losini. La scadenza? Entro il 31 gennaio. >>>> continua a leggere sul Blog di Barbara Garlaschelli <<<<
Be', che dire... se non fosse che non so scrivere racconti brevissimi, parteciperei. Ma poiché amo anche leggere, mi diletterò nel vedere le proposte che saranno pubblicate in quel blog davvero interessante! 
— Quei tovaglioli li devi piegare meglio, Giovà! Guarda tutte le file di fronte alla finestra. Son tutti piegati malissimo. Rifalli.
Giovanni Santillo, cameriere all’Hotel ****, cinque stelle. Un albergo di lusso, con grande affluenza, comodo, elegante, proprio di fronte alla stazione dei treni. Lavorare qui è un bel traguardo. Ha da poco questo lavoro. E’ arrivato a Bologna da un mese, con una valigia piena di speranze e un sogno: sistemarsi e metter su famiglia. Può farlo solo lavorando duramente al nord. Conosce, glielo hanno raccontato gli amici partiti prima di lui, la fatica di introdursi nella società chiusa e un po’ razzista del nord Italia, ma Bologna non è nord, non è centro, non è sud. Bologna è Bologna. Ce la farà. Sta già riuscendoci. Anche se il direttore di sala, Malaguti, fa il duro, lui lo ha già capito, è uno di quelli che sotto sotto è buono come il pane. Annuisce quindi, serio e determinato e si avvicina alla vetrina che dà sul porticato. C’è un gran via vai di gente, molta più di tutti gli altri giorni. Sono le dieci e un quarto, e siamo ai primi d’agosto. Tutti stanno partendo per le ferie. Beati loro! Pensa, guardandoli e piegando i tovaglioli con studiata maestria. Prima far combaciare gli angoli, poi piegarli su se stessi. Poi rivoltarli e infine aprire la base affinché tutto il tovagliolo resti in piedi. Marisa a quest’ora sarà già al mare. Forse in barca con quello. Magari gli avrà già detto di sì. Chissà. Intanto, mica potevo darle speranze. Non ho un soldo da parte, non avevo futuro laggiù. Non potevo chiederle di aspettarmi. Chissà quando mi sarò sistemato, se ancora sarà libera … Ma ragazze belle come Marisa non restano sole a lungo. Giovanni l’ha corteggiata, l’ha amata. Ma quando ha capito che si trattava di una cosa seria, le ha parlato.
— Vado al nord. Per trovare lavoro, per fare i soldi e metter su casa
Lei inaspettatamente ha risposto in modo aspettato:
— Per quanto tempo? Io non intendo aspettarti. Ho fretta di sistemarmi. C’è Gennarino, il figlio del farmacista che mi fa la corte da una vita. O mi sposi subito, o mi sposo con lui. Gennarì è ricco e c’ha pure il motoscafo. Con lui farei la gran signora. Ma io amo solo te, Giovà. Sposami, e portami a Bologna con te.
Ma Giovanni Santillo è un orgoglioso. Che avrebbe fatto Marisa qui con lui? L’unica sistemazione che ha trovato è una brandina in camera con altri tre compari, in un appartamento ricavato da una cantina. Umidità e sporcizia dappertutto. E promiscuità. Non se ne parla neanche. Forse tra un anno, se lo assumeranno, con uno stipendio fisso e i contributi, la malattia, le ferie pagate. Allora potrebbe prendere in considerazione di farsi una casetta piccolina adatta ad ospitarli tutti e due. Scuote la testa Giovanni Santillo. Un sogno che non si avvererà mai. A vent’anni le donne hanno fretta di sistemarsi. Aspettare significherebbe perdere lo smalto della giovinezza, e rischiare di restar zitelle. Marisa non lo aspetterà. Lo sa, lo sente.
Alza gli occhi verso il portico, mentre piega i tovaglioli. C’è tanta folla. Gente che sta andando al mare. Tanti, sicuramente staranno andando al sud, magari proprio là, dove abitano i suoi, e da dove lui è scappato in cerca di un futuro. Che cosa strana è la vita. Lui, che il mare ce l’ha tatuato negli occhi da quando è nato, ora è qui, che guarda gli altri correre verso quel sole, quel riverbero accecante, quell’odore di salsedine e alghe morte di cui sente così tanto la mancanza. Li invidia. Vorrebbe esser tra quella gente, valigie colorate e sandali ai piedi. Vorrebbe non dover piegare tovaglioli e servire paillard ai ferri, ma sdraiarsi sulla sabbia calda e baciare le labbra soffici della sua Marisa.
Non ha tempo di capire cosa succede, Giovanni Santillo. Il cristallo spesso della vetrina si sbriciola in mille schegge luccicanti, esplodendo su se stesso, abbattendosi su di lui come un secchio di grandine gelida. Il boato assordante gli entrerà nella testa solo qualche istante dopo. Lo ricorderà per tutta la vita, ma successivo alla pioggia di vetro che lo aggredisce in quel momento. E quindi il fumo, la polvere dei calcinacci che dalla stazione arriva immediatamente e invade la sala dell’Hotel ****. Si alza lentamente, Giovanni. E pur coperto di sangue, esce sulla strada dal varco formato dalla vetrina distrutta. La gente urla, scappa da ogni parte. Non saprà mai come ha fatto a trovarsi nel piazzale della stazione, tra i conducenti degli autobus che scesi raccolgono pietre per lanciarle lontano, scavano tra i calcinacci, trasportano persone ferite e corpi dilaniati. Non saprà mai spiegare Giovanni, in quale momento ha deciso di aiutare a scavare, di trasportare feriti sugli autobus o chiudere gli occhi a turisti ormai partiti per il viaggio più lungo. Ricorderà solo un pensiero: Devo dirle che torno. Al diavolo il futuro, la vita è qui, ora. Scivola via velocissima, e bisogna afferrarla prima che sfumi come polvere acida e odor di carne bruciata. Marisa, aspettami.
Ecco il mio racconto per il gioco letterario promosso da Writer. Inutile dire che "ogni riferimento a fatti, persone o cose è del tutto casuale e di pura invenzione".
Questo racconto è ancora pubblicato online sul sito di Rai Catersport, ma immagino a breve sarà tolto e comunque è impaginato malissimo. Lo ripropongo qui, per conservarlo, dedicandolo al piccolo scavezzacollo che era mio fratello quando piccolo e vicacissimo giocava a tennis nel cortile sotto casa.
Damiano è sempre stato molto vivace. E turbolento. Per tanto tempo nostra madre ha vissuto con l’ansia di una lite, di una sospensione da scuola, di una telefonata arrabbiata di qualche papà infastidito dalle marachelle che combinava ovunque. Non si sapeva come fare a tenerlo buono. Di punto in bianco, da tranquillo e angelico, con quel suo visino lentigginoso e innocente, ti usciva fuori con un’idea strampalata o con un’azione spericolata. Era sempre sul chi vive, la mamma. Fino a quando… non arrivò Natale e uno zio che nemmeno sapevamo di avere gli regalò una racchetta e un tubo di latta con dentro tre palline gialle.
— Che ci devo fare io con queste? — lo aveva guardato stupito, indeciso se mettersi a gridare per la rabbia o saltare per la contentezza
— Ci impari a giocare — aveva risposto lo zio, impassibile — non è difficile. E’ tutta una questione di concentrazione ed equilibrio.
Damiano quando veniva colto di sorpresa prendeva un’espressione buffa: inarcanva le sopracciglia, mordicchiandosi il labbro inferiore con meticolosità. Ora stava guardando le palline gialle, non grandi ma estremamente elastiche, con quella stessa aria attenta e pensierosa.
— Sembrano vive — aveva commentato perplesso, facendole rimbalzare per terra a ogni colpo con più forza.
— Lo sono, non sai quanto! E tu devi sfiancarle, perché sono instancabili! — aveva replicato lo zio — le devi buttare contro il muro, rimandarle indietro con la racchetta, ancora e ancora e ancora… loro torneranno indietro con grandi salti, a tentare di colpirti, ogni volta più forte, ogni volta più duramente, ma tu non devi farti trovare impreparato e le devi rispedire da dove vengono, ogni volta, sempre di più… sempre di più…
— Sembra divertente…
— E’ il più bel gioco del mondo. Si chiama tennis…
Abitavamo in un palazzo appena fuori il centro del paese. Un condominio di nuova costruzione, con tutte le rifiniture all'avanguardia. Elegante, con i suoi mattoni rossi pietra a vista, un giardinetto sul davanti ben tenuto e curato dall'inquilina del primo piano, si ergeva austero ostentando lustro e distacco. A noi bambini era proibito giocare nel giardino davanti: avremmo senz'altro rovinato le aiuole e calpestato il prato all’inglese di cui andavano tutti orgogliosi. E noi, che eravamo tanti, ce ne stavamo tutti sul retro, nel piazzale recintato dove stavano i box per le auto, e la rampa in discesa era il nostro trampolino per volate in bicicletta di gran carriera. Che folli corse a rotta-di-collo! Bisognava vederlo, Damiano, che spericolato che era. E pensare che fui io a insegnargli ad andare in bici senza rotelline. A soli quattro anni!
Il muro che dava sui box nel retro del cortile divenne dominio di Damiano.
Ormai tutti noi bambini dovevamo accontentarci della discesa principale e del pezzettino di cemento che restava prima di arrivare sul retro del cortile. Damiano passava ore e ore a colpire quei "proiettili gialli" con la racchetta contro il muro. I primi giorni era stato un disastro. Le "palle vive" tornavano indietro e gli rimbalzavano addosso. O volavano via oltre la recinzione e bisognava uscire di nascosto dai genitori, andare in strada a recuperarle. Lui si arrabbiava moltissimo, e piangeva, gridava furibondo. Ma ogni volta si rialzava da terra, rosso in volto ma determinato a non dargliela vinta. E riprendeva il suo lento ma progressivo picchiar di racchetta contro quei bolidi rimbalzanti.
Giorno dopo giorno, aveva iniziato a conquistare più precisione e a domare le "fiere indisciplinate".
Tunf… tunf… tunf…
Con pazienza aveva preso a scambiare palleggi interminabili, a contar le volte che le respingeva con la racchetta senza farle mai toccare terra.
Quarantacinque… quarantasei… quarantasette…
— Damiano! E pronto in tavola!
ottantotto… ottantanove…
— Damianooooooo! Vieni su che è ora di mangiareeeee! —
la mamma si sgolava dalla terrazza dell’ultimo piano. Aveva una bella voglia di gridare. Damiano mica la sentiva.
Novantacinque… novantasei… novantasette…
Era una sfida, tra lui e le palline gialle. La racchetta era la propaggine del suo braccio destro. Ormai gliel’aveva giurata a quelle tre… avrebbe vinto lui. Le avrebbe domate. Avrebbero fatto sempre e solo quello che voleva lui. Sarebbero andate nella direzione che lui indicava loro e non viceversa. Proiettili gialli a cui lui solo avrebbe indicato la direzione da prendere, il bersaglio da colpire.
Tunf... tunf... tunf...
— Sì — diceva parlando da solo — la vedremo, chi la vince!
Tutti sapevano dov'era la casa della Carla, la contadina. Ci si andava spesso con i genitori, a comprare cibi genuini coltivati nel suo orto e appena raccolti. I pomodori che coltivava lei erano i più rossi e saporiti di tutta la zona. Per poche lire ti vendeva anche latte appena munto e uova fresche, che prendeva con svelta sicurezza dalle quattro galline che di solito razzolavano nell'aia piccola e sporca della sua minuscola fattoria. Il tragitto per arrivarci non era molto lungo, ma per noi bambini sembrava un viaggio, un’avventura alla Sandokan il procedere tra i campi e i filari delle vigne e una grande tentazione per tutti noi era l'eludere la sorveglianza dei grandi e sgattaiolare di soppiatto raggiungendo quella che nel nostro immaginario assomigliava a un'isola lontana e misteriosa.
Aveva un cane lupo, Musonero, che teneva sempre legato a una catena, abbaiava furente appena ti avvicinavi. Una delle marachelle preferite di Damiano era quella di arrivare fin lì in bici, e poi far dispetti a Musonero; lo lasciava latrare arrabbiato per ore, nascondendosi dietro un cespuglio e usciva di tanto in tanto per lanciargli un grido o un sasso. Fino a quando un giorno Mariano, il marito della Carla, non lo sorprese alle spalle, e afferrato per la collottola lo mise proprio davanti al cane infuriato. Da allora Damiano ha sempre avuto un po' paura dei cani, ma questa è un'altra storia.
Da qualche tempo aveva preso ad andare in giro sempre con la racchetta infilata nel fodero di plastica; la teneva di traverso a tracolla sulle spalle, e le tre palline gialle in un sacchetto di stoffa legato alla cintura dei pantaloni. Sembrava un cacciatore con uno strano fucile a forma di chitarra e strani grossi proiettili gialli in dotazione; la sua bicicletta rossa, il suo solito faccino d’angelo tutte lentiggini che nascondeva una voglia matta di far diavolerie. Aveva scoperto che dietro la casa della Carla, proprio tra le fronde di un minuscolo boschetto di ippocastani, viveva libero e spensierato un pappagallo.
— Boh! Deve esser stato liberato da certi ricconi che si eran stufati di tenerlo! — aveva spiegato la contadina ai nostri vicini di casa che andando a far la spesa da lei, si erano accorti della sua presenza — non dà confidenza a nessuno. Molti giurano che non esista nemmeno! Ma ci dev’essere perché ogni tanto manda una gracchiata lunga, e lo sento sfrombolar tra le foglie. E’ inoffensivo comunque. E molto riservato. Non è facile vederlo. Farlo volare via poi! Impossibile… no, lasciatelo in pace, non fa male a nessuno!
Damiano invece si era deciso scacciare il pennuto. Con ogni probabilità era curioso di vederlo volare alto nel cielo. Chissà, magari aveva cullato persino in cuor suo la folle idea di farselo amico, di domare anche lui, come aveva domato le palline gialle da tennis.
E così un pomeriggio, eludendo la sorveglianza materna, si era incamminato per i campi fino a raggiungere la piccola fattoria della Carla. Aveva camminato basso basso lungo i filari della vigna, ignorando i latrati di Musonero che lo aveva subito riconosciuto, e si era diretto verso il boschetto di ippocastani dove il pennuto viveva libero e solitario. Arrivato sul posto, per un po’ rimase a guardare ammirato quelle fronde secolari che svettavano maestose e imponenti. Doveva trovare il modo di scuotere gli alberi e far uscire allo scoperto il pappagallo. Ma come fare?
La racchetta… e le palline gialle. Ecco come fare! Un tiro di grande precisione, certo, per non perdere la pallina in mezzo ai rami e raggiungere il suo scopo. Iniziò da sotto le fronde più ampie.
Un tiro secco, di prova.
Tunf! La pallina sibilò entrando tra le foglie, per poi ricadere sbatacchiando per terra. Non sentì nulla, neppure un piccolo gracidìo. Doveva riprovare. Questa volta più forte. Il pappagallo doveva star dormendo.
Tunf! Di nuovo. E di nuovo con molta più indecisione e rimbalzi tra i rami, la pallina ricadde a terra. Stavolta però Damiano sentì un lieve fruscio, il muoversi di qualcosa di alato tra i rami e le foglie dell’albero. Era riuscito a infastidire il pennuto.
Tunf! Tunf! Ne aveva inviate due, con tutta la forza di cui era capace. Sentì muover le foglie, e un gracchiare impaurito. Poi più nulla. Una delle palline ricadde dopo molte indecisioni, di nuovo al suolo. E l’altra? Rimase in attesa, ma nulla. Una pallina era persa. Una delle sue "fiere indomabili" era stata ghermita dal pennuto nemico! Che fare? Ritentare? Lasciar perdere e per lo meno salvare le ultime due rimaste? Giammai! Voleva la guerra, il pappagallo? E guerra avrebbe avuto!
Tunf! Tunf! Di nuovo, due colpi fortissimi. Di nuovo lo stesso frullare d’ali e un grido di rabbia e dolore. Altri colpi, e muoversi di foglie. Poi il silenzio assoluto. E le palline? Tutte e due perdute? No… una lentamente rotola a terra un po’ più in là, lontano dalle fronde dell’ippocastano. Damiano corre nel tentativo di recuperare almeno quell’ultimo proiettile… ma un’ombra si staglia ora sul terreno battuto dopo l’aratura di fresco del campo. Un uccello dall’apertura alare immensa sta volando sopra la testa del bambino. Damiano alza gli occhi al cielo, ma riesce solo a intravedere le ali dai colori sgargianti e bellissimi e zampe con unghie artigliate, terribili. Il pappagallo si sta lanciando in picchiata, proprio in direzione del bambino. Tra un attimo sarà sulla sua testa, probabilmente a colpirlo con il suo rostro tagliente. Damiano si china, impaurito, coprendosi il capo con le braccia in un infantile tentativo di proteggersi. Ma sa che è inutile. Quella specie di aquila è forte e velocissima.
E’ un attimo. Il pappagallo sovrasta la testa di Damiano, sembra volerla afferrare per i capelli, ma no, si rialza e si dirige più in là, verso la pallina gialla che ora si è fermata tra una zolla del terreno scosceso. La afferra con le zampe, si gira roteando, planando si invola e sparisce di nuovo tra le fronde dell’albero immenso.
Finito. Niente più palline, niente più disturbo. E Damiano a guardare incredulo il cielo che ora è tornato limpido e azzurro, là dove prima l’ombra minacciosa del pennuto lo aveva screpolato.
Gioco, partita, incontro. Al suo primo match, Damiano era stato battuto da… un pappagallo.
— Allora è per questo, mamma, che zio Damiano ha sempre un’arara brasiliana disegnata sul fodero delle sue racchette?
— Sì, proprio così. Da allora ha capito che "i proiettili gialli" andavano usati solo per vincere partite nei campi di terra rossa, sui campi da tennis. E il pappagallo da allora è stato il suo simbolo, il suo portafortuna.
— Non mi dirai che…
— No, di quel pappagallo non seppe mai più nulla. Nessuno lo vide mai più. Ma Damiano da allora ha sempre amato gli uccelli dalle grandi ali e dalle lunghe penne colorate. E il tennis ovviamente, tanto da farne la sua professione.
E cosa buffa, di quel libro ne comprai alcune copie ma le detti via tutte, per me non ne ho conservata nessuna. Oggi da un giro sulla rete scopro che il sito dove era pubblicato il mio racconto è offline e allora ripubblico il mio racconto qui, in modo da non perderlo...più. Il concorso invece continua, oggi alla sua quinta edizione, sul sito www.raccontinellarete.it Per chi volesse leggere un mio racconto, su Camaleonte, blog di scuola ed esercitazioni di scrittura, ne è stato inserito uno mio.
Qualcuno si ricorderà un vecchio pezzetto di racconto estemporaneo, intitolato Fumo. Ebbene, dopo un lungo e attento lavoro di revisione, grazie agli amici e alle amiche del forum FIAE, è diventato questo pezzo più completo.
La piscina è gonfia di persone, una miriade multicolore e multiforme di genti che si assiepano per la consueta seduta di acqua-gym. Il sole caldissimo rifrange luce abbagliante e caldo intenso... fino a quanto non entra in scena lui, e tutto il lido si anima in un fermento di curiosità e aspettativa...

[Negli Occhi della Leggerezza Multiblog]


O Masako, principessa tristissima del Giappone, indotta dalla ragion di Stato a tentare tutto per assegnare un erede al trono, e ripiombata nella depressione per aver deluso un popolo intero, partorendo una bambina anzichè un maschio?Il mio racconto, pubblicato online per partecipare
al concorso Catersport "Una Palla di Racconto"
Gioco, partita, incontro
sperando che correggano gli errori di formattazione...
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la storia della donna sub |
ho disseminato un racconto nel web nella speranza che possa germogliare:
un racconto da leggere e da continuare
by zop
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la storia della donna sub
[zop la iniziò...]
sesta parte
La donna sub sapeva benissimo di essere osservata da Lui quando la sera, in controluce, si immergeva e scompariva per lungo tempo tra i flutti del mare. Ma non lo dava certo a vedere. Però le faceva piacere. Molto piacere.
La stessa scena andò avanti per tutta l’estate, si ripeteva uguale a se stessa tutte le sere, come in un film.
Lei rimaneva a fare i suoi esercizi di respirazione, in controluce, sullo scoglio prima di inabissarsi.
Lui la guardava un po’ più lontano. E aspettava ogni giorno, sempre un po’ di più, che lei riemergesse.
Solo sul finire dell’estate, una sera particolarmente pulita e luminosa, Lei si fermò a fissarlo per qualche minuto, respirando profondamente, e i due si guardarono a lungo, sorridendo.
Lei lo chiamò, senza smettere di sorridere. Quando Lui si avvicinò, la donna sub gli disse che quella sera voleva provare a battere ogni record di immersione mai tentato. Si allenava da troppo tempo ed era ormai giunto il momento di tentare questo record definitivo.
Così, gli mise in mano un cronometro e si raccomandò di farlo partire nel momento preciso in cui si sarebbe tuffata. Si raccomandò anche di tenersi sempre pronto a bloccarlo, non appena fosse riemersa.
Poi lo baciò e si tuffò.
Lei non riemerse mai più.
FINE