Un padre distante, manesco, geloso. Una nonna buona, ma ancorata al passato; sorda, perché il presente forse è meglio non sentirlo. Una mamma-angelo. "Le nostre vite ruotavano attorno alla sua come pianeti che abbracciano il Sole senza riuscire a toccarlo...". Una bambina, ultima di otto fratelli, che subisce quell' "essere troppi" fatto di abusi, indifferenza, assenza di attenzione, mancanza di matite colorate con la punta che non si rompa appena le appoggi al foglio. Risultato: anche lei diventa fragile come la punta di quelle matite. Diventa, come la definiscono i primi amici, appiccicume. In fondo agli occhi, lo sguardo del cane eternamente in cerca di un padrone; nell'anima un infinito senso di inadeguatezza che la spinge a strappare il guinzaglio a lungo agnonato, non appena lo trova. A trovare sollievo nella perdita di qualcosa di prezioso, perché almeno così finisce la paura di perderlo. Un romanzo molto vero, avvincente sia quando parla del mondo interiore della protagonista, sia quando si affaccia all'estreno sulla cronaca (storia) degli anni 70/80. Si può scaricare su Vibrisselibri, o trovare in libreria rimaneggiato e arricchito di un capitolo (Ed. Rizzoli). Recensione di LiviaR
Quando ho letto questa recensione di Livia, ho pensato che di lei ci si può fidare. La conosco, via web, ma la conosco. So come legge e soprattutto come edita testi, per gioco, per amore, per passione. Se mi dice "è un bel libro, io so che è un bel libro". E infatti non si è smentita. Ho prelevato il file in .pdf da Vibrisselibri ho iniziato a leggere stamattina, mentre ingannavo l'attesa tra una faccenda di casa e l'altra. Ho ancora la casa in disordine, i letti sfatti, tutti i vestiti dei figli in giro per casa. Perché ho mollato tutto lì e ho letto il libro di Monica Viola. Non sono riuscita a staccarmene. Un bel libro, come dice Livia, molto vero. Io mi ci sono riconosciuta. In tante piccoli particolari, dettagli di un'infanzia e un'adolescenza che ho probabilmente vissuto solo con lo scarto in avanti di qualche anno, rispetto alla protagonista. Però è vero, c'erano le "bambine chignon" che facevano danza classica e sembravano arrivare da un altro pianeta, le ho conosciute anche io; c'erano i gruppi "chiusi", quelli in cui entravi per esser qualcuno, ma se non ti adeguavi o non avevi i vestiti giusti, le scarpe giuste, il motorino giusto, non eri preso in considerazione; c'era comunque il senso di prigione che la casa, la famiglia trasmetteva e il bisogno di spazi ampi e spensieratezza, ma anche di attenzione, di ascolto, da parte degli adulti di casa, in un'epoca in cui spensieratezza e ascolto, forse, non erano nemmeno ancora un parole contemplate nel vocabolario. Ho letto e ho rivisto in molte cose me stessa. Quel senso di inadeguatezza, di invisibilità che frustrava ma che in qualche modo spingeva a mettersi in mostra, ad agire. Per dimostrare di esistere. Di aver diritto a esistere. Ho letto con piacere, la prosa è molto pulita, ben calibrata nonostante lo stile narrativo in prima persona e scanzonato, quasi ironico dell'autrice. Ho riso, ho pianto, insieme alla protagonista, lasciandomi coinvolgere dallo spirito drammaticamente lieve che permea tutto il romanzo. E' bello, quando leggi un bel libro. Ed è ancor più bello sapere che questo libro troverà gli onori delle stampe molto presto. Perché lo meritava.
E' un periodo in cui leggo bei libri, ancora bozze, manoscritti, ma che sicuramente diventeranno carta. E' un momento d'oro!
Titolo Estasia. Danny Martine e la corona incantata
Autore Falconi Francesco
Editore Curcio (collana Electi)
Dat i 2006, 511 p., ill., brossura
Prezzo € 14,90
Danny Martine è il Bianco Prescelto alla ricerca delle Nove Luci della Corona Incantata, capaci di svegliare la regina Darmha dal Sonno del NonQuando. Accompagnato da Coran, maestosa pantera alata, e dal simpatico lucertolone Bolak, attraversa il Regno dalle Nove Punte pronto ad affrontare ogni sfida. Ma Disperio, dagli abissi del Palazzo dell'Inverso, ostacola il suo cammino per raggiungere un potere ben più grande. Luce, Musica e paesaggi sconfinati, Pietre del Tempo, dell'Equilibrio e della Perfezione, amici sinceri e avventure mozzafiato al limite dell'incredibile... Estasia è un libro per ragazzi ma anche per adulti, che regala un messaggio liberatorio, trasmutando nella fantasia la realtà di ogni giorno e dipingendo l'Armoniosa Assonanza dell'immaginazione e della verità. IBS
Ho letto questo libro durante le feste di Natale. Inizialmente perplessa per la similitudine con La storia infinita di Michael Ende, ne sono rimasta conquistata e l'ho terminato in pochi giorni. Falconi è riuscito a creare un mondo parallelo denso di significati intrinseci e di mistero. Ho amato gli enigmi della Scacchiera Mutante, il volo inquietante e pieno di fascino degli Uomini Falco, ho vissuto il mistero claustrofobico del Palazzo dell'Inverso e i suoi nove piani a ritroso negli abissi di Estasia. Un libro che inizialmente pare esclusivamente rivolto al pubblico infantile, ma che cresce insieme ai suoi lettori mano a mano che la storia si dipana. Sicuramente il secondo libro di questa avventura fantastica e pregevole, Estasia 2 in uscita il 18 Marzo prossimo, sarà ancor più maturo e prenderà per mano il lettore per condurlo di nuovo nel mondo parallelo ed esplorare più profondi meandri dell'animo umano. Una bella prova di invenzione e immaginazione, che merita di essere seguita con costante attenzione.
Vedere prima il film ispirato a un libro, e successivamente leggere il romanzo originale ho sempre pensato fosse cosa sbagliata. Bisognerebbe SEMPRE prima leggere il libro e poi vedere il film da cui la storia è tratta. Perché i libri sono sempre MIGLIORI dei film, non c'è storia. I casi in cui succede il contrario sono rarissimi (uno su tutti "Le regole della casa del sidro" di John Irving, il cui film è una delicatissima storia d'amore conflittuale, il libro un'accozzaglia di parole mal combinate rese ancor più stridenti dalla pessima traduzione fatta da un probabile traduttore ubriaco, per lo meno nell'edizione del libro che ho trovato su una bancarella qualche anno fa...) e per questo film, STARDUST tratto da un romanzo fantasy di Neil Gaiman, la situazione non è differente. Il libro è di gran lunga migliore del film, nonostante sia un film gradevole, relativamente aderente alla storia del libro, impreziosito forse da escamotages probabilmente necessari per una narrazione visiva e cinematografica, ma assai meno elegiaco del libro, che trasporta il lettore fino alla fine della narrazione in un mondo sì fantastico, ma pervaso da una patina di malinconica ineluttabilità delle cose, da un senso di poesia mista a tristezza dolcissima. L'ho letto in fretta, senza quasi fermarmi, con la consapevolezza che questo scrittore sa scrivere, sa presentare i suoi personaggi, sa maneggiare la penna senza tentennamenti o indecisioni. E alla fine sono rimasta pervasa da una bella sensazione, la sensazione di aver letto un bel libro, di essermi divertita e di riconoscenza verso chi mi aveva consigliato di leggerlo e di vederne il film. Che comunque consiglio a tutti gli appassionati del fantasy e del fantastico di andare a vederlo o di noleggiarne il DVD. Non prima di averne letto il libro, comunque. Perché il contrario pregiudica molte belle sensazioni che invece meritano di essere provate.
Sono andata a vedere Giù per il tubo, film attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche. Che dire? Era da molto tempo che i miei figli non ridevano così di gusto e soprattutto rumorosamente. E io con loro. Forse ci sono molte citazioni a film già visti, forse sarà meno innovativo o stilisticamente meno originale di altri film di animazione anche della stessa casa di produzione, ma io guardo al risultato finale, quello del divertimento dei bambini, e in sala i piccoli (ma anche i grandi) e i molto piccoli erano addirittura esilarati dalle trovate simpatiche dei protagonisti ed estasiati dalle lumachine canterine di cui ho trovato un piccolo assaggio di presentazione su YouTube. Sinceramente davvero un film godibile e divertente, per trascorrere un pomeriggio della Befana in compagnia dei propri bambini in allegria.
QUANTI NAUFRAGI IN LETTERATURA. QUANTE ISOLE SU CUI RIFUGIARSI. QUELLA DI PROSPERO. Quella di Robinson, o di Paul e Virginie, o di Gulliver, o dei ragazzini ne "Il signore delle mosche". Quella in cui arrivano Tommaso e Giovanna, 14 e 10 anni, dopo la tempesta che fa affondare la loro nave è veramente un' isola delle meraviglie, l'isola delle parole.
Forse è bene dire che i due ragazzi erano in viaggio per andare a trovare uno dei genitori, ma in realtà stavano fuggendo da una scuola in cui un'arcigna insegnante voleva fosse adottato un metodo scientifico per apprendere la lingua. Niente imprecisioni, niente svolazzi, niente musica delle parole. Rigore, precisione. Bisogna parlare di enunciati e continuità testuale.
"Fatti, fatti", diceva già Mr. Gradgrind in Dickens. Sull'isola i ragazzi trovano un musicista, il signor Enrico (e noi pensiamo al cantante Henri Salvador), che li accompagna in un itinerario straordinario: dal mercato delle parole all' ospedale dove giace "tiamo", esausto per aver lavorato troppo, alla casa della vecchia dai capelli bianchi che ridà la vita alle parole rare, al cimitero (muoiono 25 lingue ogni anno), alla città delle parole in cui gli aggettivi si sposano con i nomi. C' è però anche un nemico sull' isola, il governatore Necrode che vuole ridurre il numero delle parole, perché le parole sono solo degli strumenti, nè più nè meno come le automobili. E allora ogni tanto fa incendiare una biblioteca con i lanciafiamme. Come in Fahrenheit 451 <<<continua a leggere la recensione su StradaNove Libri >>>
ORSENNA È UNO PSEUDONIMO PER ERIK ARNOULT, UNA DELLE PERSONALITA' FRANCESI PIÙ IMPORTANTI.
Nato nel 1947 a Parigi, ha alle spalle una carriera insolita per uno scrittore. Dopo aver studiato filosofia, economia e scienze politiche, ha insegnato all' Università di Parigi, è stato consigliere culturale della presidenza della Repubblica ed è membro dell' Accademia Francese. Vincitore del Premio Goncourt 1998, è da 35 settimane in testa alle classifiche in Francia con il suo ultimo libro che ruba il titolo ad una canzone di Henri Salvador. (continua)
Scopro questo libro, dal titolo docile e dolce, dal mio libraio di fiducia, come sempre, sbirciando tra i libri nuovi e usati nella sezione "Ragazzi e Infanzia". Mi cattura. Lo compro. Lo leggo d'un fiato. Riscoprendo dolcissime sensazioni miste a nostalgia d'infanzia e delizia poetica, perché pur scritto con uno stile semplice e accattivante ha dentro di sé un profumo di poesia e capacità evocativa intensissime. Un libro che da stasera rileggerò a voce alta insieme ai miei figli prima di andare a dormire. E chissà che non si innamorino anche loro delle parole e della grammatica come inesorabilmente ho fatto io? 
Casa Editrice: Il Foglio
Anno Edizione: 2005
Codice ISBN: 8876060405
Pagine: 100
Prezzo: 10€
Genere: Raccolta
TRAMA::
Undici donne: determinate, passionali, diaboliche, perfide, imprevedibili. Più semplicemente: assassine. Sono le protagoniste di Donne in Noir, un libro tutto al femminile e rigorosamente italiano. Un pugno di racconti che spaziano da un'atmosfera irreale alla rassicurante, ma solo in apparenza, ambientazione quotidiana. Coinvolgente e raggelante; ogni storia prende per mano il lettore accompagnandolo in un tunnel di oscura follia a cui nessuno è del tutto estraneo: la sorda inquietudine che attanaglia, pagina dopo pagina, non è altro che il lento risveglio di una dimensione che vive nascosta da qualche parte, dentro ognuno di noi. da: LA TELANERA
----------------------------------------------------
L'ho detto più volte, non amo l'horror o il noir. Eppure ho letto il libro di Simonetta Santamaria, e l'ho letto d'un fiato. Prima ero mossa dalla curiosità. Una donna che scrive noir? Chissà perché, chissà cosa la spinge, la muove in quella direzione. E avendola incontrata un attimo, a Bologna al Delos Day due anni fa, simpatica e discreta, solare e gentile, tutto avrei pensato dal suo aspetto, tranne che fosse specializzata in letteratura da brivido. E invece... Ma il suo libro e i suoi racconti mi hanno sconvolta e coinvolta per qualcosa che ha a che fare molto con la sua persona. Il suo modo di scrivere è semplice, asciutto e... naturale. Discreto ma solare. Così come è lei di persona. Schietta e naturale, asciutta e diretta. E' vero quanto scrivono altri lettori e critici sul suo stile, il lettore viene accompagnato per mano dentro le sue storie, e le donne che vi sono descritte sono reali, le vedi, senti davvero le voci nella tua testa. E' la normalità, la naturalezza dei loro gesti, dei loro comportamenti che ti soprende, ti coinvolge e alla fine di lascia un'ossessiva inquietudine addosso. Una prosa che convince e che perdura, come dovrebbe, in effetti, una scrittura efficace. Ho amato alcune storie piuttosto che altre, ma tutte hanno lasciato un segno dentro di me. E che non è solo il puro disagio di un testo vincente, ma è anche il messaggio, nascosto sapientemente tra le righe dall'autrice, della sofferenza e dell'emarginazione a cui hanno accesso molte, troppe donne di oggi e del passato. §
Non amo il noir. L'ho detto più volte. Ma Simonetta Santamaria sa renderlo significativo, non banale, non fine a se stesso. Sa introdurre e mostrare il dolore, la rabbia e l'ironica forza distruttiva di un femminile all'eccesso. Una scrittrice che continuerò a seguire, perché merita.
Il romanzo è la storia di sette amici provenienti dall'immaginaria città di Derry, ed è raccontata alternando due diversi periodi di tempo
(Wikipedia)
Alla fine l'ho letto. Tanto ne avevo sentito parlare, tanto ne avevo sentito tessere lodi sperticate che forse mi si era venuta formando una grande diffidenza, un profondo pregiudizio: in genere ciò che tutti trovano bellissimo, un capolavoro, a me non solletica neppure un pochino. A rincarare la dose, la mia totale e assoluta indifferenza (quando non sottile avversione) per l'horror e il noir. Ma ho vinto quella diffidenza e ho iniziato a leggerlo quest'estate. Mi ci è voluto un pochino per entrare nella narrazione, quel tanto da esserne risucchiata e comunque mai completamente poiché ogni tanto risalivo in superficie per respirare e rielaborare certi passaggi, certe metafore. Ma si può dire che sia stata l'unica lettura che veramente mi abbia colpito quest'estate, che mi abbia lasciato un bel retrogusto di soddisfazione letteraria. Perché l'ho adorato.
Mi ha colpito la scrittura complessa e abbondante - un termine che mentre leggevo mi veniva alla mente era "scrittura cremosa" - piena di descrizioni puntigliose e di metafore, di esempi di evocazioni. Mi ha sorpreso la cura nel descrivere e nel caratterizzare i personaggi e le situazioni di normale quotidianità. Ho adorato i bambini che giocano nelle fogne a cielo aperto e mi sono appassionata alle vecchie storie della vecchia Derry, la città dove il romanzo è ambientato, una su tutte: l'incendio al Punto Nero, vero e proprio culmine della storia. Mi hanno entusiasmato meno le descrizioni orrorifiche degli incontri con IT e le scene truculente di varie maciullazioni. In ogni caso, è un gran libro e Stephen King scrive in maniera eccelsa. Leggerlo poi nella lingua madre è ancor più coinvolgente.
Di certo leggerò altro di King - avevo già letto On Writing, ma non è la stessa cosa - cercando di trovare nell'immane elenco di libri scritti, qualcosa di più "umano" e meno horror. Ma da questo libro in avanti, annovererò S. King tra i miei scrittori preferiti per stile e capacità descrittiva.
Mentre ero in vacanza, il FIAE, il forum-laboratorio per scrittori esordienti che gestisco insieme ad altri appassionati di scrittura e lettura, ha avuto una bellissima notizia.
Angela Catalini, blogger conosciuta come cristalpen, ha firmato il contratto di pubblicazione del suo primo romanzo Io, l'immortale con la casa editrice Ennepilibri.
Avevamo seguito le fasi di scrittura, rilettura e correzione, invio del manoscritto a case editrici e risposte da parte delle stesse, tutte in diretta sul forum proprio dai messaggi dell'autrice. Ebbene, a fine luglio la Ennepilibri, casa editrice piccola ma brillante ha accettato di pubblicare e distribuire (e tutto rigorosamente senza contributo da parte dell'autore) il primo romanzo di Angela.
Innanzitutto i miei più calorosi complimenti all'autrice che comunque già si è saputa distinguere con un'altra pubblicazione di racconti brevi sempre con la stessa casa editrice, oltre che attraverso il piazzamento in seconda posizione a un concorso letterario indetto dalla WMI sulla guerra, qualche mese fa, e comunque un bell'applauso anche al lavoro del FIAE che si è dimostrato importante in questi mesi non foss'altro come punto di riferimento, appoggio, sostegno e ausilio, tutti strumenti che a uno scrittore in erba sono preziosissimi.
Ciao Angelì, in bocca al lupo per le presentazioni e la distribuzione, e aspetto a breve il codice ISBN e il link per acquistare il tuo libro!!!

Ieri pomeriggio ho visto X Men III Conflitto finale. Avevo dovuto sottostare a una settimana di documentazione circa gli X Men, visto che non conoscevo chi, cosa e quanti fossero prima. Per cui incursione da BlockBuster, e proiezione serale con i due figli seduti sopra di me (sìssì, capito bene, quando vogliono stare comodi, io mi distendo sul divano e loro si siedono su di me... E con questo ottengono due vantaggi: il primo che hanno un materasso naturale morbidissimo, io, e secondo mi impediscono di alzarmi e venire al computer a scrivere lasciandoli a guardarsi il film da soli) Che posso dire degli X Men? MITICI!!! Sì, se Spiderman va in pensione, ho deciso, il mio Supereroe preferito diventerà Volverine... promesso...
Sulla via del ritorno a casa, in macchina, ovviamente ci mettiamo a discutere di quanto appena visto. E' una buona abitudine quella di dialogare sulle immagini di un film, sul messaggio che ha appena trasmesso, sugli effetti speciali e sulle scene più entusiasmanti. Questa è la trascrizione di parte delle disquisizioni a fine film, da cui sono risultati una serie di dubbi amletici di importante rilevanza:
1. Spiderman è un mutante?
Io propendo per il sì, visto che la puntura del ragno è comunque derivata da un essere che è stato mutato geneticamente...ma accetto anche teorie e confutazioni più alternative e articolate.
2. Batman non è un mutante, è solo un "megalomane che si crede un pipistrello"
(questo lo diceva mio figlio rotolandosi sul tappetino della macchina divertito da morire, e riscuotendo un grande successo anche da parte dei suoi tre amichetti che ho portato al cinema con me insieme a lui)
3. I Fantastici 4 non sono lontanamente simpatici rispetto agli X Men III (tranne l'Uomo Torcia, che è spassosissimo) sempre mio figlio. La frase di Uomo Torcia più divertente? Fuoco sì... Fuoco no... Fuoco sì...
4. Anche i Fantastici 4 sono mutanti?
Lo so, lo sento, adesso passerò le notti insonni su Wikipedia a informarmi e tentar di scoprire questo quesito amletico devastante...
5. Spiderman non è un mutante bensì un alieno...
Questo l'ho detto io, facendoli ammutolire per un attimo (solo un attimo, perché poi Stefano, uno degli amichetti di mio figlio ha esordito dicendo "Però Gù, che mamma esperta in supereroi che ti ritrovi eh?" Queste sì che son soddisfazioni...) Se non è vero, però, non contradditemi, non fatemi fare brutta figura di fronte agli amici di mio figlio capito? Mandatemi un pvt su splinder e rilascerò una smentita...
6. Esiste un cartone animato che raggruppa tutti i mutanti compreso Spiderman?
("Ma mamma, ma cosa guardi sempre quei programmi del cavolo, quei reality sciò come la Fattoria e l'Isola dei Famosi, anziché i cartoni della Marvel, adesso sapresti che sì, c'è un cartone bellissimo dove gli X Men lottano insieme a Spiderman per salvare (ho dimenticato cosa ... ho dovuto rispondere al cellulare...) Ha ragione... è tutta una questione di priorità...
7. Magneto ha fatto muovere lo scacco della regina oppure è solo un'impressione? E nel caso, lo scacco di cosa era fatto? Di ferro o di plastica?
Lo scopriremo solo vivendo... fino al prossimo Film, X Men IV perché ne sono sicura, ci sarà un quarto film vero????? Ditemi che ci sarà!!!!
eheheh... insomma, potevo esser la mamma di una bimba che gioca con le barbie io? naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa... oggi capisco perché il destino mi ha dato due maschi... oggi capisco perché quell' XY sull'esito dell'amniocentesi... ahaha...
"Di tutto quel che dici credo che la domanda giusta riguarda quello che "non scrivi": c'è sempre una grossa parte (un iceberg sommerso) che la scrittura ci fa toccare e noi non abbiamo voglia di andare a sondare. Perchè ci mette a nudo, perchè ci mette in imbarazzo, perchè semplicemente potrebbe mostrarci che la scrittura non è una vera necessità ma una delle maschere con cui disegnamo la nostra vita (in fondo innocua, finchè rimane superficie). Ma se poi andiamo lì, in quel posto che è scomodo toccare, perchè ci dà il mal di pancia, perchè esige rigore e disciplina toccarlo e restarci in contatto, se decidiamo di entrare nella scrittura, i lamenti e i perchè e i dubbi scompaiono."
(Antonella Cilento, in risposta a mio intervento su "Scrittura Creativa" forum Upad )
Inizialmente uno scrive perchè lo deve fare.
Non può fare a meno di farlo.
E allora sono poesie (o quelle che lui chiama “poesie”), pagine di diario, sfoghi buttati forsennatamente sulla carta, e magari il sogno di dedicarsi solo a quello, di vivere per quello.
Poi la vita prende - giustamente - il sopravvento e le parole scritte, rimangono dimenticate e impolverate in una vecchia scatola in soffitta.
Ogni tanto ci pensi e dici "chissà"... forse avrei dovuto... forse avrei potuto”.
Un giorno, un giorno qualunque, non sai perché, non sai come mai, ma riprendi a farlo.
Perchè ne hai bisogno.
Perchè la tua mente sta via via andando perdendosi tra spot pubblicitari e incertezze sul futuro,
e ti dici: devo trovare il modo per uscirne.
E scrivere sembra sia proprio il modo giusto.
Non sporca, non costa denaro, e soprattutto non sottrae tempo prezioso a nessuno.
Nè ai figli, nè al marito, nè al datore di lavoro, se ce n'è uno.
E scrivi.
Per te stesso.
Perchè ti piace.
Perchè ti fa bene.
Quando sognavi di dedicarti a quello, non riuscivi mai a inventarti una storia.
Adesso addirittura tanti personaggi tutti insieme che premono per uscire, per esser raccontati, descritti.
Ed ecco i primi racconti.
Che belli.
Ti senti un po’, almeno un po’ scrittore.
Perchè sei arrivata laddove non pensavi mai fosse possibile.
Poi.
Poi te lo chiedi.
Perchè è normale chiedertelo.
Credo che sia il processo di maturazione di tutti.
Dove mi porterà?
Dove voglio andare?
E ancora: cosa voglio scrivere?
Di cosa non voglio scrivere?
Scrivere è per me diventato serissimo.
Davvero.
Inizialmente era un gioco.
Bello. Divertente.
Ma solo un gioco.
Adesso no.
Adesso è importante.
E voglio farlo al meglio.
O smettere.
Oppure smettere di farlo.
Dici: E quando non è così sarà una scrittura stiracchiata,
che cominciamo a chiederci chi leggerà,
perchè noi per prima la leggiamo solo in quanto nostra, i
n una gentile forma di auto-indulgenza.
Io non voglio essere indulgente con me stessa. non lo sono mai stata, ancor meno voglio esserlo con ciò che scrivo.
Però, sì, chiedersi chi leggerà ciò che scrivo, è forse presuntuoso.
Hai ragione.
In fondo, se scrivo per me stessa, che importa chi leggerà?
Importa?
Si scrive per se stessi o si scrive per dire qualcosa a qualcun altro?
Anche a uno solo?
Si scrive per compiacere il proprio amore per la parola, o si scrive per trasmettere qualcosa ad altri?
Io voglio che ciò che scrivo abbia un messaggio.
Un significato.
Una morale.
O almeno, un tema.
Come le favole che mi raccontavano da bambina.
O che mi raccontavo io, perchè le nonne non se le ricordavano più, le favole.
E' buffo.
Io voglio un grande Tema.
Eppure... ciò di cui ho voglia di raccontare,
sono solo storie di gente di tutti i giorni, che vive, che fa la spesa,
che oblitera il biglietto del tram e che corre in ritardo al lavoro dopo aver portato a scuola i figli.
Di questo ho voglia di raccontare.
Non mi riesce nient'altro.
Non mi riesce di raccontare, null’altro.
E allora mi chiedo...ma ha un senso?
O forse, è un grande sbaglio.
Forse è davvero un grande delirio di onnipotenza pensare che
le proprie quattro stiracchiate parole abbiano la forza di un pensiero.
Posso giudicarlo io?
Ma posso aspirarvi.
In questo senso, mi chiedo chi leggerà
cose che non hanno drammi o dolori o negatività.
Ma è giusto, bisogna essere sempre sinceri.
Non bisogna mai mentire.
Soprattutto scrivendo.
Solo mi chiedo: non voler scrivere quello che più in profondità ci fa male... è davvero mentire?
Scusa lo sfogo.
Scusate tutti.
Ma da questo potete capire che la scrittura è passione e ossessione.
Ormai, è troppo tardi per uscirne.
Sono arrivata a pagina 209 di On Writing di S. King.
Non è un libro “rivelazione” ma sta rivelandomi molte delle inquietudini che ho da quando la scrittura ha iniziato a diventare una cosa seria, per me.
Non è la risposta a tutte le domande, ma sta rispondendo a molte delle mie domande.
E’ vero, si deve scrivere senza farsele, tutte ste’ domande… ma io son fatta così… domando, domando, domando…
“Dal giorno della mia rivelazione sulla bomba, non ho mai più esitato a chiedermi – prima di cominciare la seconda stesura di un libro, o in difficoltà durante la prima – di che cosa sto scrivendo, perché vi dedico tanto tempo, quando potrei suonare la chitarra o girare in moto, che cosa mi ha spinto a chinare la schiena per non raddrizzarla più. La risposta non giunge sempre subito, ma di solito una c’è e non è nemmeno troppo difficile da trovare” (On Writing - Stephen King pag. 209)
allora… non sono la sola. 
Io sono un'amante dei film romantici. Quelli dove ci sono storie d'amore originali ma dove i protagonisti sono eroi di tutti i giorni. Soprattutto mi intrigano e mi catturano i protagonisti fragili e idealisti. I bravi ragazzi che vengon derisi ed emarginati, che subiscono il divorare aggressivo dei coetanei più furbi e più sgamati. Detesto i SuperEroi. Ma lascio i miei figli sognare liberamente che un supereroe possa eventualmente aiutare il mondo a recuperarsi. Sono bambini, e i bambini hanno bisogno di sogni, anche se irrealizzabili. Solo che i bambini, ormai non mi stupisco più, sanno insegnarti tante cose senza che tu te ne accorga. Mio figlio ha da sempre una passione - tra tutti i supereoi disponibili - per SpiderMan. Non ho mai capito (o voluto approfondire) la ragione per cui, tra SuperMan, BatMan, FlashGordon, e altri superdotati, lui avesse scelto e guardasse solo e soltanto i cartoni animati di Peter Parker, e impazzisse per il film SpiderMan che ormai nel videoregistratore sfrigola lamentoso, vista l'usura della pellicola. Fino a quando, mi ha convinto a vedere il primo film "perchè mamma... se non vedi il primo, mica capisci il secondo film!" dovendolo io accompagnare alla proiezione domenicale. Ho avuto una folgorazione (sì, io mi folgoro facilmente!): Peter Parker è un ragazzino comune, con tutte le paure i sogni e le ambizioni di milioni di altri al mondo, un po' deriso ed emarginato per la sua timidezza e incapacità ad esprimersi in maniera esuberante. E' un timido. E' un bravo ragazzo comune che il mondo mescola impietosamente insieme a moltitudini di altri bravi ragazzi come lui. E lui diventa SpiderMan conscio dell'immensa difficoltà e responsabilità che l'esser diverso, l'esser speciale comporterà per sè e per la sua famiglia. In questo contesto, Tobey McGuire, l'attore che lo impersona è meraviglioso. Non è il bellone malcelatamente imbruttito, ma è davvero un ragazzo comune a tanti altri, con occhi languidi e malinconici e tratti simili a milioni di altri suoi coetanei, ma di una bellezza insospettabilmente grande, che traspare dal suo immedesimarsi nel personaggio e nell'interpretarlo. Ecco perchè oggi seguo mio figlio e son diventata anch'io fan di SpiderMan

Il post che segue, sembrerebbe uno di quegli ennesimi post da blogger in fase esistenzialista (il mio blog trabocca di momenti così)... e invece... beh, per scoprire cosa quell'invece vuol significare, andate a leggerlo direttamente ... un blog che comunque vi consiglio di tenere d'occhio, perchè ha un suo certo fascino, un suo certo perchè...
[...] Abbiamo rinunciato a cercare risposte alle fatidiche domande esistenziali, troppo difficile e troppo doloroso: dovremmo prendere atto del problema, che è il vuoto di valori e di obiettivi. Molto più facile, invece, dimenticarsene gettandosi a capofitto nelle attività più disparate. Scrivere, leggere, suonare, parlare, amare, giocare, studiare, lavorare, ascoltare, suonare, ammirare, correre... soltanto per non pensarci.
Riempiamo noi stessi con tutte queste cose che stanno fuori di noi per non dover affrontare il tarlo della domanda. Tutto per dimenticare il problema ma anche la possibilità di vivere pienamente e autenticamente.
Fuggiamo da noi stessi perché vediamo un abisso.[...] >>> continua su natusu::kusa fili d'erba
«Disastro Italia» (Fonte: L'Unita.it)
Dopo il crack Parmalat, Beppe Grillo sembra diventato quasi più un guru che un comico. In teatri sovraffollati spiega come il sistema si stia decomponendo, ci catapulta in un'era segnata da un «imbarbarimento della specie», gli spettatori si sbellicano dalle risate e pensano con angoscia: «e se fosse tutto vero quello che dice?». L’artista, che da stasera al primo febbraio è al Teatro Sistina di Roma con lo spettacolo Black Out, sul palcoscenico è come un fiume: definisce la vicenda Parmalat, «la più grande truffa del mondo», definisce Bush «il più grande Imam della terra», constata che «mai come oggi sono seguito, proclama che la corruzione «è la base economica su cui poggia tutta l'economia occidentale». Da quando ha iniziato trent'anni fa il suo «teatro» apocalittico è rimasto quello di una risata rivelatoria, di chi denuda il re. Rispetto al passato fa marcia indietro solo su un punto: «Un tempo ero euroscettico, adesso sono costretto a credere nell'Europa perché altrimenti ci resta l'America di Bush». (continua)
Ieri sera ho visto il suo spettacolo. E' vero. Coinvolgente, assurdamente comico nello spiegare cose drammatiche che ci riguardano, la platea era completamente nelle sue mani, abbacinata dalle sue parole. Un delirio di risate e di ironica partecipazione collettiva. Ma ad un certo punto, dall'ilarità impazzita, si è passati all'assoluto silenzio, un silenzio tragico, di dolore e mestizia. Mentre Grillo mostrava le immagini delle torture in Iraq, e dimostrava di averne già parlato, delle torture come prassi normale in molti paesi del mondo "civilizzato" nel suo discorso all'Umanità nel 2000 e 2001 (confermo, li ho visti entrambi su Telepiù, quando ancora, poteva andar in onda, almeno nelle pay per view...) e di aver parlato dell'Università dove escono i torturatori di professione, quando ha iniziato a domandarsi cosa, avrebbe potuto dire e spiegare ai propri figli... e tutti noi, nella platea ci siamo posti, contemporaneamente la stessa domanda...
Grillo lo seguo da sempre. Da quando esile e magrissimo, iniziava con piccole sporadiche apparizioni nelle Domeniche In di Pippo Baudo. Ma ho ancora registrate le puntate di "Te lo dò io il Brasile", un programma che ancora oggi, ha dell'incredibile, tanto la comicità della strada, della realtà è attuale e vera. L'ho sempre seguito in tv, anche dopo la sua "cacciata"... Non ero mai riuscita a vederlo in un suo spettacolo in teatro. Ieri sera ho coronato il mio sogno, e devo dire che è stato molto al di là delle aspettative.
Ma ancora oggi, nel ricordare i momenti salienti dello spettacolo, mi sorprendo a notare stampato sul mio viso un sorriso, amaro e sottile...
Ecco, cara Ipa, volevamo il Michael Moore italiano, lo reclamiamo a gran voce, diciamo che non c'è. Ma non è vero, non è vero. Beppe Grillo è il nostro vero originale Michael Moore italiano ma non si chiama M.M, si chiama Beppe Grillo: ed è superbo. Assolutamente superbo. E sarebbe ora che molti se ne rendessero conto, invece di cercare un Guru che già abbiamo. Iannox
Carissimo Iannox... riporto qui il tuo commento, perchè è davvero importante, quello che dici. E' vero, Beppe Grillo è il nostro vero, autentico, sincero Michael Moore. E proprio per ricordarcelo, per renderci conto che non è semplicemente un comico, che le cose che dice, in chiave comica e paradossale, sono purtroppo drammatiche realtà di un sistema impazzito. Grazie. Di cuore.
[Ho visto: il Werther di Bocelli]
Tornare al Comunale di Bologna, dopo tanti anni che non avevo più avuto occasioni per farlo, è stata un'emozione nell'emozione. [Mi ci portava mio zio, appassionato di opera lirica e balletto, e mi accompagnava con delicata sicurezza, tra le varie storie, insegnandomi ad ascoltare e a commuovermi a certi passaggi musicali abbinati a parole poetiche di forza e impatto]. Rivedere il portico imponente che accoglie l'entrata, la platea illuminata e i loggioni restaurati, l'orologio originale e quasi incomprensibile a chi non è avvezzo agli eventi di lirica e balletto, con i suoi numeri romani per le ore e i numeri arabi per i minuti, è una bella riscoperta. E aspettare l'evento forse più atteso della lirica del 2004, il Werther di Messenet, dietro la regia di Liliana Cavani e interpretato da Andrea Bocelli, è una sensazione ancor più forte. Non sono una appassionata di lirica e di musica classica, lo ammetto. Anzi, sono proprio analfabeta in questo campo. Ma apprezzo e anelerei a una maggior cultura in tal senso, perchè pur amando certa musica moderna, il mio carattere musicale si porta sempre verso il romanticismo ed il lirismo e certe arie classiche, mi sono dentro in maniera profonda. Osservare poi la scenografia bellissima, che si è voluto ambientare negli anni '30 nonostante "I dolori del giovane Werther" sia stato scritto da Goethe alla fine del '700 e musicato da Messenet nella seconda metà dell'800, è di per sè già un ammirare estatico. I particolari scenografici sono curatissimi e estremamente vivi, quasi un set cinematografico trasposto sul palcoscenico. Andea Bocelli si muove con passi sicuri ma al contempo con delicata maestria e la sua voce, è potente ma colorata di infinita malinconia, la stessa malinconia devastante che porterà Werther, il dolce e appassionato innamorato di Charlotte, ad una fine drammatica e angosciosa. Commuove Bocelli. Perchè nel suo interpretare non vi è solo il mestiere di tenore, ma l'anima di uomo, Werther il protagonista, che sente il dolore per un amore contrastato se pur corrisposto, diviso tra il senso del dovere e la lealtà verso valori intatti e non scalfiti, ancora così attuali negli anni pre-bellici di una Francoforte che già presagisce l'approssimarsi del più devastante conflitto del suo tempo, e la passione per il suo amore unico e fortissimo, Charlotte – interpretata dalla bravissima Julia Gertseva - e sa far risuonare come monito, il terribile epilogo finale, per questi nostri anni, di questo nuovo secolo moderno e frenetico, a riprendere la via della sofferenza e del sacrificio per i più alti ideali di amore e lealtà.
BENTORNATA MONELLINA!
GLI OCCHI DEI SAHRAWI
>>
Si chiama Omar. E' un bambino Sahrawi nato nei campi profughi algerini. Appena l'ho visto, non ho potuto fare a meno di fotografarlo, i suoi occhi parlano, come quelli di tutti i bambini qui, in questa fetta di deserto dove i Saharawi si sono dovuti rifugiare. Non ieri o l'altro ieri, ma 25 anni fa. Venticinque anni ad aspettare un referendum per la loro autodeterminazione. Ma non si smuove nulla: il Marocco continua ad occupare la loro terra, violando i diritti umani e le norme internazionali. I bambini non sono all'oscuro di tutto questo, perchè nei racconti dei loro genitori e dei loro nonni c'è il mare del Sahara Occidentale, quel mare che non hanno mai potuto vedere, ma che disegnano di un blu profondo. Hanno davvero gli occhi della leggerezza, questi bambini. Occhi leggeri ma straordinariamente profondi. Ti ci perdi e ti fanno sentire scoperto, perchè scavano. Gli occhi di chi gioisce se riceve in regalo una scatola di pastelli o una caramella alla frutta. Gli occhi di chi non ha nulla, ma anche nel nulla trova qualcosa per cui sorridere. Sono appena tornata, ho ancora tante emozioni vive. Appena riuscirò a leggerle e a farle parlare, queste emozioni, comincerò a raccontarvi la leggerezza dei bambini Sahrawi e di questo popolo paziente e dignitoso.
da Tutti i Bambini Multiblog, postato da il Monello
[Ho letto un libro]
[Di qua e di là dal cielo - Giampaolo Spinato - ed. Mondadori]
Seguo il "blog-site" di Giampaolo Spinato da ormai quasi un anno, apprezzandone la versatilità non solo linguistica, ma anche grafica. Non so se sia lui il webmaster, ma ad ogni visita, il sito cambia aspetto, non immediatamente, anzi, con una lentezza esasperante, a volte si tratta solo del colore di un ipertesto, o un'aggiunta di frasi o l'inserimento di un javascript... eppure, l'evoluzione del sito, è stata in questo ultimo anno radicale. Dal nero e rosso, del periodo buio della guerra in Iraq e il suo No War World Wide Web, ad oggi, con sfondo bianco e micro-grafica. Lo scrivere di Spinato, sul blog, almeno per quello che è presente nelle varie sezioni (ed è tantissimo, rispetto ai siti/blog di altri suoi colleghi) è intrigante. Duro, difficile, estremamente forbito e a volte aulico. I testi teatrali poi, a volte hanno l'effetto di un grosso ceffone ben assestato, colpiscono, e l'effetto emozionale rimane a lungo, nella mente, a lievitare e a riflettere. Immaginavo, leggendo i suoi libri, di trovare lo stesso scrittore, le stesse parole e gli stessi effetti "speciali". Invece, Spinato mi ha stupito nuovamente. Di qua e di là dal cielo, è il suo terzo libro. Gli altri due, dai quali avrei voluto iniziare, sono difficilmente reperibili nelle librerie, già ho dovuto fare salti mortali, ordinando ben tre volte, a diverse librerie Mondadori questo, più recente, del 2001. Ma volevo leggere qualcosa di suo, di precedente il suo nuovissimo libro, in uscita in questi giorni Amici e Nemici - Fazi editore. Di qua e di là dal cielo è la storia di alcuni ragazzi, di due bande rivali che si fronteggiano in una Milano anni 70, che espongono e che scompongono le loro diversità sociali e dialettali. E' il percorso di vita di ragazzi che stanno per entrare, volenti o nolenti, in una parte di storia che cambierà forse per sempre, l'incedere sonnecchiante e speranzoso di un Italia post boom economico. Ma lo stupore che ha generato in me il leggere questo libro, è che tutta la storia, tutte le azioni e i sentimenti, la caratterizzazione e la descrizione puntuale dei personaggi e dei sentimenti dei personaggi del libro, avviene sotto forma di dialogo, quasi un film scritto, un testo teatrale romanzato. Inizialmente lo stupore è disagio, un senso di ribellione alla proposta inusuale di un testo che esce dai canoni classici del leggere a cui sono e mi sono abituata, ma quasi silenziosamente, lentamente, si trasforma in cattura, attenzione per diventare passione e commozione. E quando un romanzo lascia alla fine il desiderio di tornarvi sopra più volte, quel romanzo ha raggiunto lo scopo: catturare il lettore. Esattamente come il sito del suo autore. Ovviamente, aspetto la fine di gennaio, per leggere il prossimo in uscita.
SPY KIDS 3D GAME OVER
E per finire la serata, per far contenti i miei figli che sono usciti dal cinema entusiasti, ecco che propongo una foto di un film che ha superato le mie aspettative: immaginavo fosse un pochino fiacco, visto che è il terzo film della serie, e i secondi e terzi film in genere non sono mai degni del primo, innovativo e stimolante. Invece, questo è secondo me, il più bello di tutti. Molto bella anche l'interpretazione di un Silvester Stallone in versione comica per bambini, mi piace molto che i "colossi" si mettano in gioco, e ridano di se stessi ogni tanto. Un film tutto tridimensionale (si può vedere solo con speciali occhialini che vengono consegnati all'inizio del film) dove si viene proiettati direttamente in un video game e dove tutti gli effetti speciali sembrano essere a portata di mano, sembra di poterli toccare. La storia non è quasi mai banale (forse un tantino nella morale del finale, ma ovviamente trattandosi di un film per famiglie... una morale la dovevano dare...) e avvincente. Tutto sommato il pretesto per trascorrere un pomeriggio in allegria con i propri figli. La curiosità ora è su come renderanno tridimensionali le cassette e i DVD...